E se i Veneti si dessero seriamente al non-profit?

di Beppe Mauro

In un momento di crisi economica ed occupazionale come quella che stiamo conoscendo attualmente, la salvaguardia degli standard di qualità di vita raggiunti, sia a livello personale che sociale, non puó prescindere dallo sviluppo di tutte le opportunità d’impresa e di lavoro, scoprendo nuovi settori di intervento e mutuando le virtuose esperienze già presenti in altri Paesi. Infatti è ormai passata dalle scrivanie degli specialisti alle tavole delle famiglie la dura consapevolezza che la crisi che stiamo vivendo non è la “solita” crisi ciclica a cui ci aveva abituato il periodico disallineamento tra domanda ed offorta o tra economia reale e finanza. Questa invece è una crisi sistemica che non passerà se non per chi – persone e imprese – sarà in grado di stare sul mercato, trovando dove e come sfruttare al meglio i propri talenti. Un settore ancora troppo trascurato in termini imprenditoriali ed occupazionali è il cosí detto “terzo settore” o settore non profit, costituito da tutte quelle molteplici attività contraddistinte da una utilità sociale che travalica – ma non esclude – la semplice dinamica del profitto come ragione d’impresa.

L’impresa sociale, a differenza della tradizionale impresa for profit, trova la ragione del suo esistere non nel profitto ma nel perseguimento di obiettivi di utilità sociale a difesa della salute, dell’ambiente, dei beni architettonici ed artistici o per la promozione di attività culturali, sportive, assistenziali. Questo peró non impedisce all’impresa sociale di operare con logiche economiche che ne garantiscano la sua sostenibilità, mediante la realizzazione di utili di bilancio e la giusta retribuzione dei lavoratori che ne garantiscono il funzionamento. In tale ambito, i Paesi anglossassoni e quelli intrisi di cultura calvinista sono molto piú avanti dei Paesi mediterranei. Questo forse per il preconcetto, prettamente cattolico, che essendo il denaro lo “sterco del diavolo”, esso sia inconciliabile con l’obiettivo di “fare del bene”, azione che in questi Paesi spesso diventa – appunto – sinonimo di “volontariato” secondo il principio che una buona azione o è disinteressata o non è una buona azione. Nell’occidente protestante, invece, si è radicato prima e più che altrove l’idea che si possano perseguire azioni virtuose e finalizzate al bene altrui o al bene sociale e che lo si possa fare per professione, guadagnandosi cosí onestamente da vivere.

Questi diversi approcci hanno naturalmente generato differenti contesti legislativi: piú aperti e ricchi di opportunità nel nord Europa e negli Usa, piú restrittivi e meno favorevoli all’imprenditorialità sociale nei Paesi mediterranei. Peró anche  in questi ultimi, pur in tempi piú recenti e sotto la spinta della crisi del welfare di Stato, si sono varate alcune norme che consentono di coniugare impresa e lavoro con finalità di interesse pubblico e utilità sociale. Il percorso storico sopra sommariamente descritto ha generato un gap tra i Paesi  avanzati nell’imprenditoria sociale e quelli che registrano invece un minor numero di soggetti economici attivi nel settore, meno capitalizzati e con minore presenza di addetti. Ma a fronte di analoghi livelli di domanda di servizi di utilità sociale – da quelli socio-sanitari e quelli culturali, da quelli sportivi a quelli assisteniali – il gap nell’offerta (aggravata dalla crisi delle tradizionali agenzie di erogazione di tali servizi, in primis Stato e Chiesa) rappresenta una importante opportunità imprenditoriale e lavorativa. Questo sia per chi voglia operare all’interno del proprio Paese, sia per chi desideri invece impegnarsi in progetti internazionali e transnazionali, beneficiando cosí delle relative normative e possibilità di finanziamento.

È utile ricordare, in chiusura, che l’imprenditoria sociale – svolgendo una funzione di supplenza allo stato sociale – è spesso premiata con normative di favore che riducono la pressione fiscale e, talvolta, il costo del lavoro con benefici fiscali e contributivi. Una ragione in piú per decidere di “produrre buone azioni”.

Dott. Giuseppe Mauro

Dottore commercialista esperto settore non-profit ed impresa sociale e progettazione nazionale ed internazionale

Incaricato d’Affari di Venetian Ambassadors per la Repubblica d’Argentina e il Regno Unito

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