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La spinta all’autodeterminazione delle comunita’ locali cresce nel Mondo ma non e’ solo questione identitaria

E’ in fermento la Catalogna per il referendum sull’indipendenza di oggi, primo di ottobre, e lo sono anche Lombardia e Veneto per quello del 22 ottobre su maggiore autonomia a queste regioni. Si e’ votato il 25 settembre anche per l’indipendenza del Kurdistan (affluenza quasi del 90% e schiacciante vittoria del SI’) e pari diritto si reclama per il 2018 nello stato brasiliano di Rio do Sul (dove risiedono circa due milioni e mezzo di discendenti di emigrati veneti che parlano ancora in veneto).

I primi tre eventi, soprattutto quello catalano, dopo anni di ostracismo mediatico, hanno finalmente bucato il video e ormai quasi tutti i giornali ne parlano in prima pagina. Se in Italia si registra ancora molto scetticismo sulla questione veneta e lombarda (soprattutto a sinistra), cresce invece anche nei nostri media una simpatia trasversale per la causa catalana, paradossalmente proprio in seguito alle reazioni oppressive e persecutorie del governo spagnolo.

La tentazione di molti intellettuali, politici e opinionisti “a la carte” e’ pero’ ancora quella di relegare questi fenomeni di massa a una sorta di revanche identitaria, spesso di natura “populista”, specie dove l’oggetto principale della disputa e’ l’eccessiva tassazione e la scarsità di ritorno in servizi da parte dei governi centrali.

Si leggono spesso analisi riduttive che si sbarazzano in fretta e furia della complessità delle motivazioni che stanno dietro a questi fermenti con stigmatizzazioni di “anacronismo”, nel migliore dei casi, e di “egoismo”, nel peggiore.

In sostanza, si taccia popolazioni già prospere e ricche in Europa di rifiutarsi di pagare le tasse e contribuire alla crescita del resto delle Nazioni di cui, oggettivamente, fanno ancora parte, con la “scusa” che “stavano meglio quando erano comunità indipendenti secoli prima”.

Queste analisi mi ricordano un po’ quelle di chi giudica un determinato periodo storico sulla base dei suoi aspetti più contingenti, forse anche più superficiali, e non sulla considerazione dell’intero quadro con un’ottica a 360 gradi su tutti i fattori storici concomitanti e una prospettiva longitudinale nel tempo.

Per esempio, non ho particolari dubbi sul fatto che la Questione Veneta sia sempre esistita dal momento della caduta della Repubblica e della sua cessione all’Austria da parte di Napoleone Bonaparte nel 1797 (credo il 17 ottobre ricorra proprio il duecenteventesimo anniversario del famigerato Trattato di Campoformio) e che questa sia più volte riemersa, com un fiume carsico, nel corso degli anni, durante la breve insurrezione di Daniele Manin (1848-49), il plebiscito truffa (ottobre 1866), le rivolte locali alla fine della prima seconda guerra mondiale da parte di patrioti veneti che chiedevano il ritorno del Leone di San Marco nei loro territori.

Non ho neanche tanti dubbi sul fatto che negli anni settanta del ventesimo secolo, la questione sia stata riproposta in termini storici, culturali, linguistici e poi anche politici fino alla nascita della Liga Veneta nel gennaio del 1980, grazie anche al lavoro e alla passione di patrioti instancabili come il leggendario amico Franco Rocchetta.

Ed e’ anche vero che fino a pochi anni fa’, tra velleitari assalti a campanili, manifestazioni folkloristiche e formazioni di miriadi di sedicenti governi veneti autonomi, la cosa e’ sempre rimasta confinata all’azione di una sparuta minoranza di “nostalgici” dell’antico ordine e costume marciano.

L’idea era quella che, davanti a uno stato centrale incompetente e poco onesto, gli scontenti preferissero rivangare i fasti e le glorie di una Repubblica che invece, anche se spesso con molta idealizzazione, nella loro percezione funzionava meglio ed era più giusta ed equa con i propri cittadini.

Questo era più o meno il succo del cosiddetto “venetismo”. A volte anacronismo, più spesso nostalgia, ancora più spesso paranoia collettiva da parte di esigue minoranze, incapaci di adattarsi a sistemi di condivisione di diritti e doveri civici più complessi come quelli di un’Italia unita.

Ma ostinarsi a inquadrare quello che sta succedendo oggi in un’ottica così meschina non fa, a mio giudizio, giustizia alla novità, e soprattutto complessità, dei fattori che spingono oggi milioni di persone, da Edimburgo a Barcellona, dal Veneto alla Sardegna, e tanti altri Popoli con forti radici identitarie a rivendicare il diritto all’autodeterminazione.

In realtà, se in Italia vogliamo uscire dai retaggi dell’indottrinamento centralista, di natura fascista o comunista che si voglia, e vogliamo scrutare meglio tutti gli aspetti del periodo storico contemporaneo, ci accorgiamo subito che la crescita esponenziale di queste pulsioni e di tanti movimenti “centrifughi” di oggi va di pari passo proprio con la crescita di un sentimento di frustrazione, per non dire rabbia, verso un modello di globalizzazione a dir poco totalitaria, sicuramente in campo finanziario ed economico ma anche sociale ed etico.

La progressiva cessione di sovranità nazionali per consentire il processo di consolidamento di un’Europa unita su parametri bancari e commerciali uguali per tutti, ha sicuramente scontentato molte piccole realtà comunitarie che traevano beneficio proprio dal rapporto privilegiato fra produttori e consumatori in loco, tra creditori e debitori che spesso si conoscevano tra di loro (e parlavano la stessa lingua).

La progressiva omologazione di principi etici uguali per tutti (il cosiddetto Pensiero Unico o “politicamente corretto”) ha scontentato in pochi anni centinaia di milioni di cittadini, abituati da secoli a esegesi e interpretazioni delle proprie religioni e dei propri costumi sulla base di vissuti generazionali specifici per le loro comunità di nascita o adozione. Nemmeno in un’Europa unita dalle comuni radici giudaico-cristiane, c’e’ mai stata costante omologazione di precetti, magisteri, indicazioni da parte delle sue migliaia di chiese, ordini, discipline. Figuriamoci poi tentare di omologare infinite correnti di pensiero laico, con o senza precise ideologie alla base.

La Storia d’Europa e’ sempre stata caratterizzata dal mescolamento, spesso difficile e violento, di idee e regimi di vita molto diversi tra di loro. Gli unici momenti di uniformità (apparente) li abbiamo visti solo durante dittature e imposizioni ideologiche molto dure. E anche queste non sono riuscite a durare per più di una generazione in molti casi (il franchismo spagnolo e il comunismo sovietico fecero eccezione con durate di circa due e tre generazioni rispettivamente). In due casi eclatanti (nazismo e gulag staliniani) hanno portato ad olocausti con milioni di vittime.

Pare che si dimentichi troppo spesso che il cittadino europeo medio, tutt’oggi, conserva una natura storica e sociale che viene dalla Grecia antica, culla di un modo di vivere “democratico” e laico che nel corso dei secoli, tramite gli sforzi dei grandi intellettuali dell’Umanesimo, dei banchieri, dei mercanti, degli scienziati e dei governanti illuminati del Rinascimento, abbiamo elaborato e perfezionato fino a renderlo permanente nel nostro DNA.
E che la Grecia NON era uno stato unito e centralizzato, ma a sua volta, una lega di stati indipendenti, spesso addirittura città-stato, come la democratica Atene o l’aristocratica Sparta o la ricca e (si direbbe oggi) “liberal” Corinto. Erano tutti greci, e certamente si consideravano tutti così (ellenici, per la precisione) anche allora ma ciascuno aveva costumi, modelli di amministrazione, “etiche” molto diverse tra di loro.

Questa natura di dinamica diversità tra loro ha sempre caratterizzato le comunità del continente europeo. L’unica costante di somiglianza si può forse identificare proprio nel propendere a poco a poco per modelli sempre più diffusi di gestione amministrativa, sempre più democratici, in barba a tentativi di imposizioni teocratiche, oligarchiche o dittatoriali, come quelli che per secoli si sono registrati, spesso con successo, nei vissuti culturali e religiosi di Popoli di altri continenti.

Per l’europeo medio di oggi, frammentazione non significa impoverimento e regresso ma bensì prosperità e progresso, non solo economico ma anche civile e sociale. Esattamente come lo era per il greco medio dei tempi di Pericle.

Altro, e non meno importante, fattore che ha spinto e sta spingendo le affermazioni di “localismo” di questi ultimi anni e’ stato l’impatto, troppo rapido e violento, con milioni di persone provenienti da culture e religioni distanti anni luce dal nostro comune modo di vivere e pensare.

Perche’ e’ vero che esodi e “colonizzazioni” di massa si sono sempre verificati nel corso della nostra Storia ma mai era successo di pretendere che si verificassero in pochissimi anni integrazioni armoniose tra genti tanto diverse che nella Storia avevano impiegato secoli solo, e spesso appena, per “sopportarsi” a vicenda.

E’ dunque di fronte all’intera cartolina (“the large picture”) che occorre fermarsi e riflettere seriamente su quello che sta succedendo.

Fattori come l’insofferenza al totalitarismo economico e finanziario di oggi, l’antipatia per il conseguente mantra etico e sociale di tipo orwelliano, la frustrazione per una tecnocrazia informatica globale che esclude sempre più spesso larghi strati della nostra società (specie i più anziani) e mina alla base i più elementari legami affettivi, la paura per l’impatto violento e incontrollato con masse sterminate di persone che non condividono, e spesso non hanno nessuna intenzione di condividere, i nostri valori laici e democratici sono chiavi di lettura molto più realistiche ed efficaci dei luoghi comuni e degli stereotipi che molti intellettuali e politici ancora si affannano ad invocare quando cercano d’inquadrare, in buona o cattiva fede, le attuali rivendicazioni di autodeterminazione.

Piaccia o non piaccia, il modello del Nuovo Ordine Mondiale tanto decantato alla fine del secolo scorso, sull’onda di un’America rimasta unica dominatrice del pianeta dopo il crollo del comunismo sovietico, e’ miseramente fallito. Non esiste un’idea unica di Homo, ne’ sul piano antropologico, ne’ su quello economico, sociale ed etico.

Per cui si può dire che il secolo ventunesimo stia forse cominciando solo adesso. Si va ormai ovunque verso un mondo multipolare, un mondo di tante piccole comunità indipendenti e/o autonome. Ciascuna con la sua diversità, per produzione economica, per abitudini sociali, per corredo culturale e religioso e anche queste non sono mai quelle che erano prima.

E’ una sola razza quella a cui appartengono gli Uomini, ma diversa da altre razze animali proprio per la sua capacita’ di sopravvivere alle dure leggi dell’evoluzione tramite diversificazione di funzioni, proliferazioni di scopi, moltiplicazione di strategie di selezione e adattamento.

E questo comporta anche diversificazioni e specificazioni delle sue molteplici comunità.

L’identità stessa non e’ un concetto statico per la razza umana, ma dinamico. Sappiamo che un cane o un gatto di oggi si comportano praticamente allo stesso modo di un cane o un gatto che vivevano al tempo degli antichi Egizi. Noi no.

E lo facciamo con corsi e ricorsi ciclici, a seconda delle esigenze dell’ambiente e della crescita demografica. Oggi assistiamo al ritorno delle comunità de piccoli Hobbit e al declino degli imperi dei Sauron. Domani chissà.

Ecco perché le attuali pulsioni verso l’autodeterminazione non sono affatto solo questioni di identità. Sono proprio questioni di Umanità.

Dr Giovanni Dalla-Valle
Director of Venetian Ambassadors Foundation
Londra 1 ottobre 2017

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ECCO PERCHE’ IL REFERENDUM SULL’AUTONOMIA DEL VENETO DI OTTOBRE E’ ANCHE UNO SMACCO AL VENETISMO DA SAGRA

Nonostante le divisioni fra indipendentisti, le baruffe chioggiotte, i tanki, i forconi, i finti dogi, i governi veneti auto-eletti e amenità varie, occorre constatare, numeri alla mano, che la voglia di auto-determinazione e’ cresciuta molto in Veneto negli ultimi anni.

Un indicatore semplice ma utile: se il 25 Aprile 2012 c’era a malapena una dozzina di persone a manifestare per l’orgoglio marciano in Piazza San Marco, nel 2014 erano più di tremila e nel 2016 lo stesso Comune di Venezia organizzava per la prima volta in 150 anni una manifestazione ad hoc con l’orchestra della Fenice e libertà di adesione con tanto di Gonfaloni per migliaia di noi, indipendentisti e non.

Solo di recente pero’ cominciamo a registrare lo sviluppo e il consolidamento di un piano di auto-determinazione serio che si ispira a modelli di successo come quello Scozzese e Catalano, pur molto lontani dalla situazione italiana ma sicuramente più realistici degli slogan venetisti che spesso ottengono due righe nei giornali locali ma non riescono mai a creare una massa critica.

Scrivevo ancora in un mio articolo su L’Indipendenza nel luglio del 2012 (secoli fa’ visto la velocità degli avvenimenti) quanto fosse importante lavorare per progetti seri e concreti, in grado di creare una massa critica di Veneti protesi all’autodeterminazione come i milioni di Scozzesi e Catalani che spesso vedevamo allora e vediamo (sempre di più) oggi marciare alla luce dei riflettori mediatici di tutto il Mondo.

E spiegavo anche che l’opera di consultazione dal basso dei problemi e delle istanze dei cittadini, come nelle tradizionali White Papers scozzesi (ma anche l’Assemblea Nacional Catalana fece cose simili), fosse un primo passo indispensabile per creare coinvolgimento, identificazione, movimento della popolazione in grandi numeri.

Non so se il nostro Governatore abbia mai letto quell’articolo ma sicuramente e’ l’unico (assieme a molti esponenti della Lega) che ha compreso la fondamentale importanza di un’opera del genere nel sensibilizzare i cittadini veneti la’ dove i cosiddetti venetisti non sono mai riusciti ad andare oltre chiacchiere da Bar Sport e slogan rancorosi contro l’Italia.

Con i risultati dei capitoli di consultazione per i vari settori istituzionali della Regione Veneto (economia, fisco, lavoro, pensioni ecc.) commissionata alla CGIA proprio dal nostro Governatore in vista del prossimo referendum sull’autonomia si completa, in pratica (e immagino senza saperlo), la prima fase del famoso Libro Bianco dei Veneti, il progetto di democrazia diretta che io e pochi altri avevamo tentato di realizzare nel 2014, dopo il successo mediatico del (pur controverso) referendum digitale di plebiscito.eu.

Un progetto molto ambizioso per cui ero riuscito a reclutare uno staff di quasi cento persone, divise in ben 25 gruppi di lavoro (chiamati capitoli) per ogni settore istituzionale delle nostre comunità (dalla dolomitica Sappada fino alla polesana Castelmassa, dalla veronese Sorga’ fino alla trevigiana Conegliano). Lavorammo duramente 8 mesi e, tramite l’ausilio di un sito online disegnato da un bravissimo esperto come Dritan Cami, riuscimmo a raccogliere montagne di documentazioni e a organizzare molti incontri territoriali (dove alla fine si esprimevano voti). Ma, guarda caso, il lavoro si areno’ proprio per i continui sabotaggi dei venetisti, sempre bravissimi a sparare contro chi rischia di metterli in ombra.

Peccato, perché il modo più efficace nel persuadere una coscienza individuale (e qualsiasi popolo alla fine e’ fatto di individui) ad abbracciare l’idea di cambiare radicalmente il corso storico e politico della propria comunità e’ proprio quello di fornire dati concreti sulla situazione attuale e stime realistiche su un futuro autonomo in tutti i settori che riguardano la vita quotidiana di QUELLA persona E (sottolineo) nel 2017, NON nel 1866 o nel 1797.

Cosi’, mentre gli amici venetisti (che non coincide necessariamente con indipendentisti) continuavano a perdere tempo tra monologhi nostalgici, riunioni “carbonare” o sbandieramenti di piazza che non sono mai riusciti a far passare il messaggio ai 5 milioni di Veneti che li circondavano, e’ stato proprio il nostro Governatore (spesso da loro criticato e diffamato) a prendersi cura della cosa. E questo, in un ipotetico campionato che avesse per Trofeo l’Auto-determinazione del Popolo Veneto, e’ sicuramente il primo goal!

Il secondo goal sta proprio nell’indire il referendum stesso sull’Autonomia. Contrariamente a quanto contestato (piu spesso urlato) da molti venetisti di oggi, l’evidenza storica dimostra che la concessione di maggiore autonomia a una data comunità fa crescere il desiderio di piena indipendenza, non il contrario. Così e’ stato per il Quebec, per la Scozia, per la Catalogna, per la Baviera ecc. Non esiste un esempio storico dove la concessione di autonomia abbia in qualche modo frenato la spinta verso rivendicazioni più estese di diritti all’autodeterminazione.

Si pensi alla Scozia (la realtà che conosco meglio avendo io stesso preso parte a molti dei loro eventi politici): nel 1989, quando in Scozia l’indipendentismo faceva al massimo presa sul 5% della popolazione, si approva il Claim of Rights, per la rivendicazione della legacy culturale e storica del Popolo Scozzese (un parallelo dello Statuto Regione veneto del 2012) e nasce la Scottish Convention, poi la Scottish Assembly pubblica la sua Blue Print Scotland’s Parliament (un documento simile a quello che potrebbe seguire il lavoro della CGIA di oggi), poi si celebra il Referendum sull’Autonomia nel 1997 che viene vinto con il 74% dei voti (passa con il 63% dei voti anche la richiesta di devoluzione fiscale), poi lo Scottish National Party guidato da un poderoso Alex Salmond prende progressivamente il controllo del Parlamento di Holyrood (maggioranza relativa nel 2007 e assoluta nel 2011)… i sondaggi intanto danno l’indipendentismo attorno al 25-30%… poi si fa il Referendum per l’Indipendenza (perso per 45% in favore a 55% contrari) nel 2014….L’anno prossimo pare si rifaccia e gli umori attuali (post-Brexit) suggeriscono una netta vittoria. Riuscite a leggere la progressione micidiale verso una piena auto-determinazione?

Dunque l’assioma propalato dai venetisti e basato sull’equazione Autonomia= Dipendenza da Roma e’ quantomai privo di fondamento. Caso mai il contrario: Autonomia = Più Indipendenza da Roma.

E questo e’ il secondo goal.

Il terzo goal del nostro Governatore, davanti all’incapacità progettuale ma anche alla scarsa fantasia dei “competitors” venetisti (specie quelli che tanto ce l’hanno con lui) riguarda la “porta” del marketing politico, cosa nota a qualsiasi buon politico ma completamente sconosciuta ai Masanielli da FB.

Qualsiasi spin doctor decente lo sa bene. Il successo politico di un evento storico, come lo e’ gia’ l’indizione di un referendum del genere, non sta solo nello spoglio elettorale che si svolgerà la notte successiva al giorno delle votazioni ma soprattutto nel volume d’informazione e propaganda che tale evento inevitabilmente richiede e spesso genera nei mesi precedenti la consultazione.

Lo sa anche un bravo event maker prima di organizzare un bel Party. Non e’ solo il numero d’invitati che faranno la differenza ma quanto se ne e’ parlato prima e quanti desidereranno andarci proprio perché eccitati dall’idea.

Il solo fatto di parlare di un referendum che può effettivamente cambiare molte cose dal punto di vista politico (più che pratico e immediato) nel destino delle comunità venete per via della presa di coscienza dei cittadini veneti dei loro problemi reali e del prospetto di soluzioni concrete (specie se documentate dai dati della CGIA) e’ di per se’ un propellente atomico sulla via dell’auto-determinazione.

In conclusione, credo sia tempo di renderci conto che un processo di auto-determinazione di un Popolo e’ un’operazione molto complessa che non può essere lasciata in balia di improvvisazioni e manifestazioni populiste da citazione sui giornali dopo la pagina del meteo. Perché arrivi in prima pagina (e soprattutto ci resti fino alla fine) occorre sia studiato e messo in pratica con l’aiuto di esperti e con la consultazione costante dei cittadini stessi (o per lo meno di campioni statistici significativi) che ne sono i primi destinatari.

Come diceva la famosa antropologa Margaret Mead durante i grandi movimenti sociali che scossero l’Occidente negli anni 60’: “ Non dubitate che un piccolo gruppo di cittadini coscienti e responsabili possa cambiare il Mondo. In realtà, e’ l’unico modo in cui e’ sempre successo”.

Dr Giovanni Dalla-Valle
Direttore Fondazione Venetian Ambassadors,
organizzazione internazionale per la promozione e tutela dell’immagine, della cultura, degli interessi e dei diritti civili del Popolo Veneto nel Mondo

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CERCASI GIORNALISTI E REPORTER PER SEDE VA IN INGHILTERRA

CERCASI URGENTEMENTE GIORNALISTI E REPORTERS PER PARLARE DI NOI AL RESTO DEL MONDO!

La Fondazione Venetian Ambassadors e’ lieta di annunciare il lancio della prima agenzia di stampa veneta che opera a livello internazionale.

Si cercano neo-laureati o neo-diplomati eccitati dall’idea di svolgere un periodo di volontariato (pero’ con alloggio e vitto spesati) di almeno 8 settimane in UK per farsi un’esperienza STRAORDINARIA nel campo dell’informazione globale a favore del prossimo referendum sull’Autonomia della Regione Veneto.

I criteri di reclutamento sono:

– Sensibilità ai temi di attualita’, cultura, arte, storia e imprenditoria del Popolo Veneto.
Conoscenza Convenzione Quadro Minoranze Nazionali in Europa 1995, Statuto Regione Veneto 2012, Legge Regione Veneto 28/2016, procedimenti in corso per referendum Autonomia della Regione Veneto 2017.
– Minima esperienza in tecnologia della comunicazione mediatica
– Minima familiarità con lancio comunicati stampa, targeting di audience in socials, blogs e media tradizionali.
– Minima esperienza in scelta immagini fotografiche ad uso di cronaca
– Discreta dimestichezza con uso di video-camere e microfoni.
– Necessaria ottima conoscenza lingua inglese.
– Bella presenza, buone capacita’ di comunicazione e public relations.
– Non e’ indispensabile avere origine veneta (e nemmeno italiana) se si assolvono i criteri soprastanti.

Si prega di mandare il curriculum a freerepublic@venetianambassadors.org con scan di foto per uso professionale.