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Questione Veneta: confessioni di un cittadino del Mondo perdutamente innamorato della Storia Infinita

5 anni fa’, entravo come una meteora nell’indipendentismo veneto. Il mio “battesimo” avvenne proprio alla Festa dei Veneti di quell’anno, in un’atmosfera calorosa e amichevole. E per giunta a Cittadella dove avevo trascorso i primi anni della mia infanzia; un borgo medievale incantevole, tenuto come un gioiello dall’amministrazione locale.

All’epoca lavoravo come “sherpa” per sdoganare la questione veneta presso lo Scottish National Party di cui ero membro. Non sapevano neanche dove fosse il Veneto, lassù, tra le ispide montagne delle Highlands. Ci riuscii a costo di enormi sacrifici e almeno una trentina di voli (fu allora che i venetisti mi appiopparono il soprannome di “ambasador” ). Credo che il vero “breakthrough” (successo) sia avvenuto pero’ con l’organizzazione dell’adesione degli indipendentisti veneti al primo Rally di Edimburgo, il 22 settembre 2012. Riuscimmo a fare una cosa davvero spettacolare, grazie anche all’aiuto di Raixe Venete. Bucammo il video. I nostri ragazzi, in felpa rossa per l’occasione, e le bandiere marciane finirono sulla prima pagina del Sunday Times.

Da allora l’indipendentismo veneto non sarebbe più stato una questione di nostalgia per frequentatori di archivi storici.

Una volta rotto il ghiaccio con il più potente partito indipendentista d’Europa, che e’ tra l’altro un partito di sinistra, le cose presero una piega alquanto costruttiva. Molti capirono che i principi dell’autodeterminazione dei Popoli sono valori etici universali, da estendere a tutte le comunità con forti radici identitarie e linguistiche e non monopolio di un manipolo di fanatici che aspirano alla secessione da “altri” solo per motivi di carattere fiscale (per quanto anche questi siano importanti) o per un romanticismo nostalgico e anacronistico. Si comincio’ ad usare più spesso il termine “autodeterminazione” e l’anno successivo lo stesso Alessio Morosin, noto leader indipendentista, pubblico’ un ottimo libro proprio con quel titolo.

Io, nel mio piccolo, cercai di diffondere una visione più ampia dell’importanza del “localism” come mi avevano insegnato gli Scots, più centrata su progetti concreti per aiutare le proprie comunità a risolvere i loro problemi quotidiani, che non sono solo di natura economica ma anche, spesso, sociale ed etica.

Le cose andarono bene per pochi mesi finche’ la smania della “carega” da parte dei soliti opportunisti prese il sopravvento. Bisognava correre a tutte le elezioni possibili (magari con una cinquantina di simboli diversi e candidati che non sapevano distinguere un libro da un sostegno per tavolini barcollanti) e puntare a entrare nelle amministrazioni locali. Molti erano ferocemente contro la Lega, spesso accusata di non aver fatto a sufficienza per l’autodeterminazione, ma quando poi si chiedeva loro di presentare progetti e raccogliere fondi sparivano tutti come neve al sole.

Piccola gente. Italiani medi. Sempre bravi a urlare in piazza il loro rancore contro tutto e contro tutti oppure a denigrare gli altri al Bar Sport, tra un bicchiere di Prosecco e una manciata di patatine.

Ma in realta’ spesso falliti cronici nella vita, se non addirittura psicopatici. Poveri loro. E pensare che se la Repubblica tornasse per davvero, sarebbero probabilmente i più emarginati. Molti di loro finirebbero quasi sicuramente nei Piombi o in un manicomio.

A loro discolpa, occorre anche dire che aiutare i Veneti non e’ mai stata cosa facile. C’e’ sempre quella testarda abitudine a non rischiare, a non tirar fuori soldi, a non sognare orizzonti nuovi che era tipica del contadino o del montanaro di un tempo, più spesso preoccupati che il cattivo tempo e le epidemie non gli rovinassero i raccolti o la caccia che tesi a far crescere un senso di comunità solido e permanente.

La questione dell’attrito tra Veneziani e Veneti d’entroterra e’ antica. Ma forse ha una senso proprio in quest’ottica. L’uomo di mare, che fosse un vichingo o un greco, un olandese o un veneziano era sempre abituato a solcare gli orizzonti dell’ignoto. Cioe’ a rischiare. Anche la propria vita e quella dei propri famigliari, non solo le sue fortune.

Lascio agli storici che parleranno al prossimo Convegno di Verona un giudizio più obiettivo su come effettivamente sia potuto avvenire il miracolo di una Repubblica così prospera e longeva.

Da un punto di vista antropologico, il mio giudizio e’ molto semplice. Il segreto della Serenissima era appunto quello: il controllo del Mare. Quella magica voglia di abbracciare l’ignoto ed esplorare l’infinito che fa grande e universale il valore di una civiltà umana.

E proprio mentre la Regina dell’Adriatico cominciava a declinare, un’altra regina, in carne e ossa, che si chiamava Elisabetta I, cominciava a capire l’importanza di quel fattore e a investire soldi per costruire la flotta più potente del Mondo. Fu così che nacque e si consolido’ l’impero britannico.
Ma quei Veneziani di un tempo erano anni luce distanti da tanti Veneti di oggi e anche di più da tanti Veneziani di oggi.

Molto più vicini pero’ a tanti imprenditori, professionisti, artisti e intellettuali veneti di oggi che ancora fanno grande il nome della nostra gente, e della civilta’ che hanno ereditato, in tutto il Mondo.

Il giorno in cui le comunità venete saranno di nuovo amministrate da capitani coraggiosi di questo tipo piuttosto che dagli scabini di un apparato statale fallito che va avanti spinto solo dalla propria inerzia, le Genti Venete torneranno a brillare nella Storia.

Il 19 settembre ci troviamo tutti a Verona per dare l’avvio vero (non solo mediatico) alla campagna per il referendum consultivo sull’Autonomia.

E’ un evento storico a cui tutti dovremmo andare perché ci consentirà di capire se noi siamo veramente pronti per un salto di qualità.

Quando dico noi, intendo TUTTI NOI, non solo i nostri politici. Se invece ci ritroveremo a starnazzare contro questo e contro quello come fanno le oche quando il contadino entra nel loro recinto per tirarne il collo e farne pate’, allora non meriteremo nessuna autonomia e tantomeno nessuna indipendenza.

All’assemblea di Verona, che apposta stiamo organizzando con coreografie magnifiche ed effetti scenici spettacolari, sogno di veder rinascere un nuovo spirito di comunità, di solidarietà (ricordo che raccoglieremo fondi per le vittime del default bancario), di coesione tra di noi.

Sogno di non assistere ad attacchi personali, battibecchi da mercato rionale, esternazioni da italiano medio. Sogno, fosse solo per una attimo, di vedere gente seria che seriamente riflette sui valori della civiltà che abbiamo ereditato ed espone le sue proposte, sia pure da posizioni diverse, su come perpetuarli.

Sogno di veder tornare a volare il Leone Alato che sta dentro il cuore di tutti noi, protagonisti della Storia …Veneti, Italiani, Europei che siamo.
E di vederlo felice di essere cavalcato da noi, come lo era il drago bianco che portava sul suo dorso il giovane protagonista de La Storia Infinita, ansioso di fermare l’avanzata del Nulla. Cioè di quella forza del Male che uccide tutti i nostri i nostri sogni e ferma la nostra voglia di vivere e creare.

Perche’ anche quella del Popolo Veneto e’ una storia infinita. E’ la storia di una Repubblica bella, buona e giusta che ancora ci accarezza e ancora ci parla e ci chiama. Un storia meravigliosa che nasce nella notte dei tempi e mai deve fermarsi. Una storia di principi e valori di civiltà che sono patrimonio dell’Umanità intera, non solo nostro.

Sogno di veder occhi spalancati davanti a nuovi orizzonti, nuove mete, nuovi mari da solcare con i nostri velieri e i nostri Capitani di oggi.
Sogno di sentir parlare di progetti d’investimento, di piani di studio, di missioni umanitarie. Di soldi, di teste, di entusiasmo da impiegare e di come e perché impiegarli.

Solo allora capiremo che i Grandi Veneti sono tornati. Che la Repubblica e’ tornata o per lo meno il suo Spirito. Che San Marco ci vuole ancora bene e ci sta aiutando di nuovo. Solo allora capiremo che val la pena di continuare con la nostra missione.

Giovanni Dalla-Valle
Direttore Fondazione Venetian Ambassadors