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COME DAVIDE E GOLIA. MA LA FIONDA DEI CATALANI NON DISTURBA SOLO IL GOVERNO DI MADRID.

Ci mancava solo il Fondo Monetario Internazionale ad esprimere il suo disprezzo per gli indipendentisti catalani.

Ora l’equazione e’ completa: (Commissione UE + FMI + BCE) x (governi UE eurofili – governi UE euroscettici – Russia)/ fratto Papa Bergoglio = BOTTE DA ORBI AI POPOLI CHE RECLAMANO PIU’ LIBERTA’ E GIUSTIZIA IN CASA LORO.

O, semplificando i termini dell’equazione: Nuovo Ordine Mondiale versus NUOVISSIMO Mondo Multipolare.

Riviviamo in sostanza il paradigma medievale dei Due Soli quando Sacro Romano Impero e Teocrazia governavano il Mondo conosciuto di allora e chiunque si ribellasse veniva ferocemente represso. Alla fine pero’ la spuntarono proprio i LIBERI COMUNI e nacque un Rinascimento che poi ci avrebbe dato secoli di prosperità, civiltà, arte, cultura e sicuramente, tramite la riscoperta dei classici, il rifiorire di quei germogli di laicismo e democrazia che sarebbero poi maturati, fra corsi e ricorsi, paci e guerre, in tante Nazioni di oggi.

Sono proprio episodi come la dura repressione del diritto all’autodeterminazione dei Catalani, già anticipati dal dissenso verso l’indipendenza della Scozia (ricordate l’entrata a gamba tesa di Obama, Barroso e Lagarde a pochi giorni dal referendum?) e ora subito seguiti da dichiarazioni contro i referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto (peraltro costituzionali e legittimi) che ci consentono di vedere bene dietro la maschera delle elites finanziarie e bancarie che tacciano di “populismo” chiunque non obbedisca ai loro diktat.

E’ il volto truce e grifagno di chi non vuole mollare gli artigli dei poteri centrali che ne hanno consolidato i suoi privilegi nel tempo. Di chi detiene ancora la guida della “macchina del vapore” e non ha nessuna intenzione di lasciarla.
Si tratta in sostanza di totalitarismo economico, spero l’ultima (triste) coda del ‘900, il secolo dei totalitarismi ideologici e militari per eccellenza (come nel medioevo erano stati tutto sommato la Chiesa e i grandi Imperi).

Un totalitarismo che e’ pronto ad accettare compromessi con qualsiasi forma di teocrazia, Islam incluso, purché lo aiuti a debellare ogni forma di ribellione democratica dal basso. Come fare a mettere assieme la “teoria gender” con il Corano e’ infatti un mistero per tutti ma sappiamo che anche nel medioevo l’Impero talora proteggeva forme di eresia spiccata pur di minare il potere della Chiesa e che questa stessa spesso si alleava con monarchie feroci pur d’indebolire la potenza del Sacro Romano Impero. Era solo un gioco di specchi. Poco contava il contenuto delle idee e dei principi, anche dei più opposti tra di loro. L’unica cosa importante era MANTENERE il potere. Quando andava bene bastava la dottrina (oggi= media), quando andava male occorreva il PUGNO DI FERRO.

Un totalitarismo nuovo che ha scoperto come sia facile soggiogare intere comunità distruggendo le loro radici identitarie, culturali, etiche e religiose in virtù di un pari diritto al consumo, di un unico mercato, dove tutti siano solo e soltanto consumatori delle stesse cose. Ovviamente, delle cose che solo “loro” vendono. Meglio se prodotti di poche multinazionali che hanno tentacoli in ogni angolo del pianeta.
Squali che giorno dopo giorno si mangiano tutti i pesciolini che li circondano, in nome di un “mercato libero” che in realtà libero non e’ mai stato perché le regole le han dettate sempre loro. Nuovi tiranni… senza anima, senza identità, senza radici che hanno imposto etiche e mantra comuni per tutti per evitare che chiunque alzasse la testa e si ribellasse contro i loro esclusivi interessi.

Ma anche queste elites oggi stentano a durare. E cominciano a tremare. Le loro foglie non sono più verdi, la loro linfa viene meno.

E’ l’eterna lotta tra Davide e Golia. Pero’ sappiamo che alla fine sono proprio i piccoli che cambiano le cose. Forse sono più simpatici a Dio (per chi crede), forse e’ la naturale tendenza dell’evoluzione della specie che seleziona di volta in volta specie più adatte a sopravvivere alla diversificazione degli stimoli ambientali (“panta rei”, tutto scorre e cambia di continuo, diceva il filosofo Eraclito di Efeso).

E occhio che Davide e Golia, nell’esegesi biblica, non rappresentano solo due persone, due individui. Uno esprime l’anima di Israele, l’altro quella del mondo pagano. Sono l’anima di un Popolo nuovo, amato e protetto dal nuovo Dio Unico, e quella di un Popolo obsoleto (i Filistei), che Dio ha scartato e condannato al declino. La metafora e’ crudele ma efficace, anche per chi non e’ credente, nel far capire che Dio (per chi crede) o la Natura (per chi non crede) non tollera che qualcuno o qualcosa di questo mondo, rimanga per sempre al suo posto. Panta rei. Tutto cambia.

Non esiste Impero che prima o poi non vacilli e non si sgretoli. Non esiste Titano che prima o poi non sia risucchiato dagli Inferi.
E come accadde con l’affermarsi dei Comuni a partire dagli inizi del secondo millennio, così oggi sembra accadere con nuove spinte verso l’autodeterminazione delle comunità locali, e non solo per questioni identitarie storico-culturali ma anche di nuove specificità economiche e sociali.

Si sa. Al “Demonio” piace rimanere attaccato a questo Mondo e vi riesce spesso con astuzia formidabile, giocando sugli egoismi e i narcisismi individuali, e così dividendo tutti e mettendo tutti contro tutti. Ma c’e’ sempre qualcuno che gli si oppone. Pero’ la’ dove gli individui spesso falliscono, perché troppo deboli da soli, c’e’ sempre uno Spirito di Comunità che alla fine porta riequilibrio nelle cose.
E’ forse il senso dell’antica fiaba veneta di Sanguanel. Alla fine il bimbo ingenuo e capriccioso sequestrato ai suoi genitori dall’astuto Sanguanel (il diavolo) viene salvato non da un singolo eroe (un leader) e neanche dalle autorità (lo Stato) ma dal villaggio che si riunisce e lo cerca di notte, armato di torce e bastoni, finche’ lo trova e lo libera.

E’ lo Spirito della Comunità che fa il potere di una Nazione, cioe’ di un Popolo, non dei singoli e tanto meno di “leggi” e “costituzioni” (Antico Testamento e Corano inclusi, con tutto il mio massimo rispetto).

La fionda di Davide rappresenta proprio questo. E’ ancora un ragazzo troppo giovane per partecipare alla guerra con i potentissimi Filistei. I suoi fratelli, guerrieri più vecchi ed esperti di lui, lo avevano chiamato solo perche’ si occupasse dei rifornimenti. Era solo un pastorello, insomma. Non volevano neanche che ci provasse a combattere. Tantomeno a sfidare il campione più forte dei loro nemici: Golia.

Ma lui accetta la sfida, in barba a tutti.

“Davide sapeva che Dio lo avrebbe aiutato. Prese cinque pietre, prese la sua fionda e andò a combattere contro Golia (dal Libro Primo di Samuele 17:26–37).
Non e’ solo Davide, in realtà, che vince contro forze apparentemente impossibili da debellare.

E’ la forza del Popolo che lui rappresenta in quel momento, e’ la forza dell’intera comunità di Israele. E’ L’IDENTITA’ di quella precisa comunità, che Dio ha scelto PROPRIO per portare a termine il Suo disegno. Per questo vince, la’ dove i veri leader, le vere autorità, tutti i sacerdoti del suo Popolo stavano clamorosamente fallendo.

Davide e’ il POPOLO, in quel momento. E’ la forza dello Spirito di Comunita’ che gli fa tendere quell’esile fionda e far partire il proiettile che ucciderà il Gigante, fino ad allora creduto invincibile.

Povera Christine Lagarde con il suo fantomatico FMI. E chi come essa non ha ancora capito queste cose.

Panta rei. Tutto passa. E c’e’ sempre un Davide che cambia la storia di tutti i Popoli, non solo del suo. Così come c’e’ sempre una Comunità che cambia la storia di tutte le altre, non solo della sua.

Che sia per mano di Dio o della Natura, questo lo lascio alla vostra libertà di pensiero. La Storia e’ anche Mistero. Per questo non finisce mai di sorprenderci.

Giovanni Dalla-Valle
Director VA Foundation
Londra 7 ottobre 2017

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La spinta all’autodeterminazione delle comunita’ locali cresce nel Mondo ma non e’ solo questione identitaria

E’ in fermento la Catalogna per il referendum sull’indipendenza di oggi, primo di ottobre, e lo sono anche Lombardia e Veneto per quello del 22 ottobre su maggiore autonomia a queste regioni. Si e’ votato il 25 settembre anche per l’indipendenza del Kurdistan (affluenza quasi del 90% e schiacciante vittoria del SI’) e pari diritto si reclama per il 2018 nello stato brasiliano di Rio do Sul (dove risiedono circa due milioni e mezzo di discendenti di emigrati veneti che parlano ancora in veneto).

I primi tre eventi, soprattutto quello catalano, dopo anni di ostracismo mediatico, hanno finalmente bucato il video e ormai quasi tutti i giornali ne parlano in prima pagina. Se in Italia si registra ancora molto scetticismo sulla questione veneta e lombarda (soprattutto a sinistra), cresce invece anche nei nostri media una simpatia trasversale per la causa catalana, paradossalmente proprio in seguito alle reazioni oppressive e persecutorie del governo spagnolo.

La tentazione di molti intellettuali, politici e opinionisti “a la carte” e’ pero’ ancora quella di relegare questi fenomeni di massa a una sorta di revanche identitaria, spesso di natura “populista”, specie dove l’oggetto principale della disputa e’ l’eccessiva tassazione e la scarsità di ritorno in servizi da parte dei governi centrali.

Si leggono spesso analisi riduttive che si sbarazzano in fretta e furia della complessità delle motivazioni che stanno dietro a questi fermenti con stigmatizzazioni di “anacronismo”, nel migliore dei casi, e di “egoismo”, nel peggiore.

In sostanza, si taccia popolazioni già prospere e ricche in Europa di rifiutarsi di pagare le tasse e contribuire alla crescita del resto delle Nazioni di cui, oggettivamente, fanno ancora parte, con la “scusa” che “stavano meglio quando erano comunità indipendenti secoli prima”.

Queste analisi mi ricordano un po’ quelle di chi giudica un determinato periodo storico sulla base dei suoi aspetti più contingenti, forse anche più superficiali, e non sulla considerazione dell’intero quadro con un’ottica a 360 gradi su tutti i fattori storici concomitanti e una prospettiva longitudinale nel tempo.

Per esempio, non ho particolari dubbi sul fatto che la Questione Veneta sia sempre esistita dal momento della caduta della Repubblica e della sua cessione all’Austria da parte di Napoleone Bonaparte nel 1797 (credo il 17 ottobre ricorra proprio il duecenteventesimo anniversario del famigerato Trattato di Campoformio) e che questa sia più volte riemersa, com un fiume carsico, nel corso degli anni, durante la breve insurrezione di Daniele Manin (1848-49), il plebiscito truffa (ottobre 1866), le rivolte locali alla fine della prima seconda guerra mondiale da parte di patrioti veneti che chiedevano il ritorno del Leone di San Marco nei loro territori.

Non ho neanche tanti dubbi sul fatto che negli anni settanta del ventesimo secolo, la questione sia stata riproposta in termini storici, culturali, linguistici e poi anche politici fino alla nascita della Liga Veneta nel gennaio del 1980, grazie anche al lavoro e alla passione di patrioti instancabili come il leggendario amico Franco Rocchetta.

Ed e’ anche vero che fino a pochi anni fa’, tra velleitari assalti a campanili, manifestazioni folkloristiche e formazioni di miriadi di sedicenti governi veneti autonomi, la cosa e’ sempre rimasta confinata all’azione di una sparuta minoranza di “nostalgici” dell’antico ordine e costume marciano.

L’idea era quella che, davanti a uno stato centrale incompetente e poco onesto, gli scontenti preferissero rivangare i fasti e le glorie di una Repubblica che invece, anche se spesso con molta idealizzazione, nella loro percezione funzionava meglio ed era più giusta ed equa con i propri cittadini.

Questo era più o meno il succo del cosiddetto “venetismo”. A volte anacronismo, più spesso nostalgia, ancora più spesso paranoia collettiva da parte di esigue minoranze, incapaci di adattarsi a sistemi di condivisione di diritti e doveri civici più complessi come quelli di un’Italia unita.

Ma ostinarsi a inquadrare quello che sta succedendo oggi in un’ottica così meschina non fa, a mio giudizio, giustizia alla novità, e soprattutto complessità, dei fattori che spingono oggi milioni di persone, da Edimburgo a Barcellona, dal Veneto alla Sardegna, e tanti altri Popoli con forti radici identitarie a rivendicare il diritto all’autodeterminazione.

In realtà, se in Italia vogliamo uscire dai retaggi dell’indottrinamento centralista, di natura fascista o comunista che si voglia, e vogliamo scrutare meglio tutti gli aspetti del periodo storico contemporaneo, ci accorgiamo subito che la crescita esponenziale di queste pulsioni e di tanti movimenti “centrifughi” di oggi va di pari passo proprio con la crescita di un sentimento di frustrazione, per non dire rabbia, verso un modello di globalizzazione a dir poco totalitaria, sicuramente in campo finanziario ed economico ma anche sociale ed etico.

La progressiva cessione di sovranità nazionali per consentire il processo di consolidamento di un’Europa unita su parametri bancari e commerciali uguali per tutti, ha sicuramente scontentato molte piccole realtà comunitarie che traevano beneficio proprio dal rapporto privilegiato fra produttori e consumatori in loco, tra creditori e debitori che spesso si conoscevano tra di loro (e parlavano la stessa lingua).

La progressiva omologazione di principi etici uguali per tutti (il cosiddetto Pensiero Unico o “politicamente corretto”) ha scontentato in pochi anni centinaia di milioni di cittadini, abituati da secoli a esegesi e interpretazioni delle proprie religioni e dei propri costumi sulla base di vissuti generazionali specifici per le loro comunità di nascita o adozione. Nemmeno in un’Europa unita dalle comuni radici giudaico-cristiane, c’e’ mai stata costante omologazione di precetti, magisteri, indicazioni da parte delle sue migliaia di chiese, ordini, discipline. Figuriamoci poi tentare di omologare infinite correnti di pensiero laico, con o senza precise ideologie alla base.

La Storia d’Europa e’ sempre stata caratterizzata dal mescolamento, spesso difficile e violento, di idee e regimi di vita molto diversi tra di loro. Gli unici momenti di uniformità (apparente) li abbiamo visti solo durante dittature e imposizioni ideologiche molto dure. E anche queste non sono riuscite a durare per più di una generazione in molti casi (il franchismo spagnolo e il comunismo sovietico fecero eccezione con durate di circa due e tre generazioni rispettivamente). In due casi eclatanti (nazismo e gulag staliniani) hanno portato ad olocausti con milioni di vittime.

Pare che si dimentichi troppo spesso che il cittadino europeo medio, tutt’oggi, conserva una natura storica e sociale che viene dalla Grecia antica, culla di un modo di vivere “democratico” e laico che nel corso dei secoli, tramite gli sforzi dei grandi intellettuali dell’Umanesimo, dei banchieri, dei mercanti, degli scienziati e dei governanti illuminati del Rinascimento, abbiamo elaborato e perfezionato fino a renderlo permanente nel nostro DNA.
E che la Grecia NON era uno stato unito e centralizzato, ma a sua volta, una lega di stati indipendenti, spesso addirittura città-stato, come la democratica Atene o l’aristocratica Sparta o la ricca e (si direbbe oggi) “liberal” Corinto. Erano tutti greci, e certamente si consideravano tutti così (ellenici, per la precisione) anche allora ma ciascuno aveva costumi, modelli di amministrazione, “etiche” molto diverse tra di loro.

Questa natura di dinamica diversità tra loro ha sempre caratterizzato le comunità del continente europeo. L’unica costante di somiglianza si può forse identificare proprio nel propendere a poco a poco per modelli sempre più diffusi di gestione amministrativa, sempre più democratici, in barba a tentativi di imposizioni teocratiche, oligarchiche o dittatoriali, come quelli che per secoli si sono registrati, spesso con successo, nei vissuti culturali e religiosi di Popoli di altri continenti.

Per l’europeo medio di oggi, frammentazione non significa impoverimento e regresso ma bensì prosperità e progresso, non solo economico ma anche civile e sociale. Esattamente come lo era per il greco medio dei tempi di Pericle.

Altro, e non meno importante, fattore che ha spinto e sta spingendo le affermazioni di “localismo” di questi ultimi anni e’ stato l’impatto, troppo rapido e violento, con milioni di persone provenienti da culture e religioni distanti anni luce dal nostro comune modo di vivere e pensare.

Perche’ e’ vero che esodi e “colonizzazioni” di massa si sono sempre verificati nel corso della nostra Storia ma mai era successo di pretendere che si verificassero in pochissimi anni integrazioni armoniose tra genti tanto diverse che nella Storia avevano impiegato secoli solo, e spesso appena, per “sopportarsi” a vicenda.

E’ dunque di fronte all’intera cartolina (“the large picture”) che occorre fermarsi e riflettere seriamente su quello che sta succedendo.

Fattori come l’insofferenza al totalitarismo economico e finanziario di oggi, l’antipatia per il conseguente mantra etico e sociale di tipo orwelliano, la frustrazione per una tecnocrazia informatica globale che esclude sempre più spesso larghi strati della nostra società (specie i più anziani) e mina alla base i più elementari legami affettivi, la paura per l’impatto violento e incontrollato con masse sterminate di persone che non condividono, e spesso non hanno nessuna intenzione di condividere, i nostri valori laici e democratici sono chiavi di lettura molto più realistiche ed efficaci dei luoghi comuni e degli stereotipi che molti intellettuali e politici ancora si affannano ad invocare quando cercano d’inquadrare, in buona o cattiva fede, le attuali rivendicazioni di autodeterminazione.

Piaccia o non piaccia, il modello del Nuovo Ordine Mondiale tanto decantato alla fine del secolo scorso, sull’onda di un’America rimasta unica dominatrice del pianeta dopo il crollo del comunismo sovietico, e’ miseramente fallito. Non esiste un’idea unica di Homo, ne’ sul piano antropologico, ne’ su quello economico, sociale ed etico.

Per cui si può dire che il secolo ventunesimo stia forse cominciando solo adesso. Si va ormai ovunque verso un mondo multipolare, un mondo di tante piccole comunità indipendenti e/o autonome. Ciascuna con la sua diversità, per produzione economica, per abitudini sociali, per corredo culturale e religioso e anche queste non sono mai quelle che erano prima.

E’ una sola razza quella a cui appartengono gli Uomini, ma diversa da altre razze animali proprio per la sua capacita’ di sopravvivere alle dure leggi dell’evoluzione tramite diversificazione di funzioni, proliferazioni di scopi, moltiplicazione di strategie di selezione e adattamento.

E questo comporta anche diversificazioni e specificazioni delle sue molteplici comunità.

L’identità stessa non e’ un concetto statico per la razza umana, ma dinamico. Sappiamo che un cane o un gatto di oggi si comportano praticamente allo stesso modo di un cane o un gatto che vivevano al tempo degli antichi Egizi. Noi no.

E lo facciamo con corsi e ricorsi ciclici, a seconda delle esigenze dell’ambiente e della crescita demografica. Oggi assistiamo al ritorno delle comunità de piccoli Hobbit e al declino degli imperi dei Sauron. Domani chissà.

Ecco perché le attuali pulsioni verso l’autodeterminazione non sono affatto solo questioni di identità. Sono proprio questioni di Umanità.

Dr Giovanni Dalla-Valle
Director of Venetian Ambassadors Foundation
Londra 1 ottobre 2017