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COME DAVIDE E GOLIA. MA LA FIONDA DEI CATALANI NON DISTURBA SOLO IL GOVERNO DI MADRID.

Ci mancava solo il Fondo Monetario Internazionale ad esprimere il suo disprezzo per gli indipendentisti catalani.

Ora l’equazione e’ completa: (Commissione UE + FMI + BCE) x (governi UE eurofili – governi UE euroscettici – Russia)/ fratto Papa Bergoglio = BOTTE DA ORBI AI POPOLI CHE RECLAMANO PIU’ LIBERTA’ E GIUSTIZIA IN CASA LORO.

O, semplificando i termini dell’equazione: Nuovo Ordine Mondiale versus NUOVISSIMO Mondo Multipolare.

Riviviamo in sostanza il paradigma medievale dei Due Soli quando Sacro Romano Impero e Teocrazia governavano il Mondo conosciuto di allora e chiunque si ribellasse veniva ferocemente represso. Alla fine pero’ la spuntarono proprio i LIBERI COMUNI e nacque un Rinascimento che poi ci avrebbe dato secoli di prosperità, civiltà, arte, cultura e sicuramente, tramite la riscoperta dei classici, il rifiorire di quei germogli di laicismo e democrazia che sarebbero poi maturati, fra corsi e ricorsi, paci e guerre, in tante Nazioni di oggi.

Sono proprio episodi come la dura repressione del diritto all’autodeterminazione dei Catalani, già anticipati dal dissenso verso l’indipendenza della Scozia (ricordate l’entrata a gamba tesa di Obama, Barroso e Lagarde a pochi giorni dal referendum?) e ora subito seguiti da dichiarazioni contro i referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto (peraltro costituzionali e legittimi) che ci consentono di vedere bene dietro la maschera delle elites finanziarie e bancarie che tacciano di “populismo” chiunque non obbedisca ai loro diktat.

E’ il volto truce e grifagno di chi non vuole mollare gli artigli dei poteri centrali che ne hanno consolidato i suoi privilegi nel tempo. Di chi detiene ancora la guida della “macchina del vapore” e non ha nessuna intenzione di lasciarla.
Si tratta in sostanza di totalitarismo economico, spero l’ultima (triste) coda del ‘900, il secolo dei totalitarismi ideologici e militari per eccellenza (come nel medioevo erano stati tutto sommato la Chiesa e i grandi Imperi).

Un totalitarismo che e’ pronto ad accettare compromessi con qualsiasi forma di teocrazia, Islam incluso, purché lo aiuti a debellare ogni forma di ribellione democratica dal basso. Come fare a mettere assieme la “teoria gender” con il Corano e’ infatti un mistero per tutti ma sappiamo che anche nel medioevo l’Impero talora proteggeva forme di eresia spiccata pur di minare il potere della Chiesa e che questa stessa spesso si alleava con monarchie feroci pur d’indebolire la potenza del Sacro Romano Impero. Era solo un gioco di specchi. Poco contava il contenuto delle idee e dei principi, anche dei più opposti tra di loro. L’unica cosa importante era MANTENERE il potere. Quando andava bene bastava la dottrina (oggi= media), quando andava male occorreva il PUGNO DI FERRO.

Un totalitarismo nuovo che ha scoperto come sia facile soggiogare intere comunità distruggendo le loro radici identitarie, culturali, etiche e religiose in virtù di un pari diritto al consumo, di un unico mercato, dove tutti siano solo e soltanto consumatori delle stesse cose. Ovviamente, delle cose che solo “loro” vendono. Meglio se prodotti di poche multinazionali che hanno tentacoli in ogni angolo del pianeta.
Squali che giorno dopo giorno si mangiano tutti i pesciolini che li circondano, in nome di un “mercato libero” che in realtà libero non e’ mai stato perché le regole le han dettate sempre loro. Nuovi tiranni… senza anima, senza identità, senza radici che hanno imposto etiche e mantra comuni per tutti per evitare che chiunque alzasse la testa e si ribellasse contro i loro esclusivi interessi.

Ma anche queste elites oggi stentano a durare. E cominciano a tremare. Le loro foglie non sono più verdi, la loro linfa viene meno.

E’ l’eterna lotta tra Davide e Golia. Pero’ sappiamo che alla fine sono proprio i piccoli che cambiano le cose. Forse sono più simpatici a Dio (per chi crede), forse e’ la naturale tendenza dell’evoluzione della specie che seleziona di volta in volta specie più adatte a sopravvivere alla diversificazione degli stimoli ambientali (“panta rei”, tutto scorre e cambia di continuo, diceva il filosofo Eraclito di Efeso).

E occhio che Davide e Golia, nell’esegesi biblica, non rappresentano solo due persone, due individui. Uno esprime l’anima di Israele, l’altro quella del mondo pagano. Sono l’anima di un Popolo nuovo, amato e protetto dal nuovo Dio Unico, e quella di un Popolo obsoleto (i Filistei), che Dio ha scartato e condannato al declino. La metafora e’ crudele ma efficace, anche per chi non e’ credente, nel far capire che Dio (per chi crede) o la Natura (per chi non crede) non tollera che qualcuno o qualcosa di questo mondo, rimanga per sempre al suo posto. Panta rei. Tutto cambia.

Non esiste Impero che prima o poi non vacilli e non si sgretoli. Non esiste Titano che prima o poi non sia risucchiato dagli Inferi.
E come accadde con l’affermarsi dei Comuni a partire dagli inizi del secondo millennio, così oggi sembra accadere con nuove spinte verso l’autodeterminazione delle comunità locali, e non solo per questioni identitarie storico-culturali ma anche di nuove specificità economiche e sociali.

Si sa. Al “Demonio” piace rimanere attaccato a questo Mondo e vi riesce spesso con astuzia formidabile, giocando sugli egoismi e i narcisismi individuali, e così dividendo tutti e mettendo tutti contro tutti. Ma c’e’ sempre qualcuno che gli si oppone. Pero’ la’ dove gli individui spesso falliscono, perché troppo deboli da soli, c’e’ sempre uno Spirito di Comunità che alla fine porta riequilibrio nelle cose.
E’ forse il senso dell’antica fiaba veneta di Sanguanel. Alla fine il bimbo ingenuo e capriccioso sequestrato ai suoi genitori dall’astuto Sanguanel (il diavolo) viene salvato non da un singolo eroe (un leader) e neanche dalle autorità (lo Stato) ma dal villaggio che si riunisce e lo cerca di notte, armato di torce e bastoni, finche’ lo trova e lo libera.

E’ lo Spirito della Comunità che fa il potere di una Nazione, cioe’ di un Popolo, non dei singoli e tanto meno di “leggi” e “costituzioni” (Antico Testamento e Corano inclusi, con tutto il mio massimo rispetto).

La fionda di Davide rappresenta proprio questo. E’ ancora un ragazzo troppo giovane per partecipare alla guerra con i potentissimi Filistei. I suoi fratelli, guerrieri più vecchi ed esperti di lui, lo avevano chiamato solo perche’ si occupasse dei rifornimenti. Era solo un pastorello, insomma. Non volevano neanche che ci provasse a combattere. Tantomeno a sfidare il campione più forte dei loro nemici: Golia.

Ma lui accetta la sfida, in barba a tutti.

“Davide sapeva che Dio lo avrebbe aiutato. Prese cinque pietre, prese la sua fionda e andò a combattere contro Golia (dal Libro Primo di Samuele 17:26–37).
Non e’ solo Davide, in realtà, che vince contro forze apparentemente impossibili da debellare.

E’ la forza del Popolo che lui rappresenta in quel momento, e’ la forza dell’intera comunità di Israele. E’ L’IDENTITA’ di quella precisa comunità, che Dio ha scelto PROPRIO per portare a termine il Suo disegno. Per questo vince, la’ dove i veri leader, le vere autorità, tutti i sacerdoti del suo Popolo stavano clamorosamente fallendo.

Davide e’ il POPOLO, in quel momento. E’ la forza dello Spirito di Comunita’ che gli fa tendere quell’esile fionda e far partire il proiettile che ucciderà il Gigante, fino ad allora creduto invincibile.

Povera Christine Lagarde con il suo fantomatico FMI. E chi come essa non ha ancora capito queste cose.

Panta rei. Tutto passa. E c’e’ sempre un Davide che cambia la storia di tutti i Popoli, non solo del suo. Così come c’e’ sempre una Comunità che cambia la storia di tutte le altre, non solo della sua.

Che sia per mano di Dio o della Natura, questo lo lascio alla vostra libertà di pensiero. La Storia e’ anche Mistero. Per questo non finisce mai di sorprenderci.

Giovanni Dalla-Valle
Director VA Foundation
Londra 7 ottobre 2017

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La spinta all’autodeterminazione delle comunita’ locali cresce nel Mondo ma non e’ solo questione identitaria

E’ in fermento la Catalogna per il referendum sull’indipendenza di oggi, primo di ottobre, e lo sono anche Lombardia e Veneto per quello del 22 ottobre su maggiore autonomia a queste regioni. Si e’ votato il 25 settembre anche per l’indipendenza del Kurdistan (affluenza quasi del 90% e schiacciante vittoria del SI’) e pari diritto si reclama per il 2018 nello stato brasiliano di Rio do Sul (dove risiedono circa due milioni e mezzo di discendenti di emigrati veneti che parlano ancora in veneto).

I primi tre eventi, soprattutto quello catalano, dopo anni di ostracismo mediatico, hanno finalmente bucato il video e ormai quasi tutti i giornali ne parlano in prima pagina. Se in Italia si registra ancora molto scetticismo sulla questione veneta e lombarda (soprattutto a sinistra), cresce invece anche nei nostri media una simpatia trasversale per la causa catalana, paradossalmente proprio in seguito alle reazioni oppressive e persecutorie del governo spagnolo.

La tentazione di molti intellettuali, politici e opinionisti “a la carte” e’ pero’ ancora quella di relegare questi fenomeni di massa a una sorta di revanche identitaria, spesso di natura “populista”, specie dove l’oggetto principale della disputa e’ l’eccessiva tassazione e la scarsità di ritorno in servizi da parte dei governi centrali.

Si leggono spesso analisi riduttive che si sbarazzano in fretta e furia della complessità delle motivazioni che stanno dietro a questi fermenti con stigmatizzazioni di “anacronismo”, nel migliore dei casi, e di “egoismo”, nel peggiore.

In sostanza, si taccia popolazioni già prospere e ricche in Europa di rifiutarsi di pagare le tasse e contribuire alla crescita del resto delle Nazioni di cui, oggettivamente, fanno ancora parte, con la “scusa” che “stavano meglio quando erano comunità indipendenti secoli prima”.

Queste analisi mi ricordano un po’ quelle di chi giudica un determinato periodo storico sulla base dei suoi aspetti più contingenti, forse anche più superficiali, e non sulla considerazione dell’intero quadro con un’ottica a 360 gradi su tutti i fattori storici concomitanti e una prospettiva longitudinale nel tempo.

Per esempio, non ho particolari dubbi sul fatto che la Questione Veneta sia sempre esistita dal momento della caduta della Repubblica e della sua cessione all’Austria da parte di Napoleone Bonaparte nel 1797 (credo il 17 ottobre ricorra proprio il duecenteventesimo anniversario del famigerato Trattato di Campoformio) e che questa sia più volte riemersa, com un fiume carsico, nel corso degli anni, durante la breve insurrezione di Daniele Manin (1848-49), il plebiscito truffa (ottobre 1866), le rivolte locali alla fine della prima seconda guerra mondiale da parte di patrioti veneti che chiedevano il ritorno del Leone di San Marco nei loro territori.

Non ho neanche tanti dubbi sul fatto che negli anni settanta del ventesimo secolo, la questione sia stata riproposta in termini storici, culturali, linguistici e poi anche politici fino alla nascita della Liga Veneta nel gennaio del 1980, grazie anche al lavoro e alla passione di patrioti instancabili come il leggendario amico Franco Rocchetta.

Ed e’ anche vero che fino a pochi anni fa’, tra velleitari assalti a campanili, manifestazioni folkloristiche e formazioni di miriadi di sedicenti governi veneti autonomi, la cosa e’ sempre rimasta confinata all’azione di una sparuta minoranza di “nostalgici” dell’antico ordine e costume marciano.

L’idea era quella che, davanti a uno stato centrale incompetente e poco onesto, gli scontenti preferissero rivangare i fasti e le glorie di una Repubblica che invece, anche se spesso con molta idealizzazione, nella loro percezione funzionava meglio ed era più giusta ed equa con i propri cittadini.

Questo era più o meno il succo del cosiddetto “venetismo”. A volte anacronismo, più spesso nostalgia, ancora più spesso paranoia collettiva da parte di esigue minoranze, incapaci di adattarsi a sistemi di condivisione di diritti e doveri civici più complessi come quelli di un’Italia unita.

Ma ostinarsi a inquadrare quello che sta succedendo oggi in un’ottica così meschina non fa, a mio giudizio, giustizia alla novità, e soprattutto complessità, dei fattori che spingono oggi milioni di persone, da Edimburgo a Barcellona, dal Veneto alla Sardegna, e tanti altri Popoli con forti radici identitarie a rivendicare il diritto all’autodeterminazione.

In realtà, se in Italia vogliamo uscire dai retaggi dell’indottrinamento centralista, di natura fascista o comunista che si voglia, e vogliamo scrutare meglio tutti gli aspetti del periodo storico contemporaneo, ci accorgiamo subito che la crescita esponenziale di queste pulsioni e di tanti movimenti “centrifughi” di oggi va di pari passo proprio con la crescita di un sentimento di frustrazione, per non dire rabbia, verso un modello di globalizzazione a dir poco totalitaria, sicuramente in campo finanziario ed economico ma anche sociale ed etico.

La progressiva cessione di sovranità nazionali per consentire il processo di consolidamento di un’Europa unita su parametri bancari e commerciali uguali per tutti, ha sicuramente scontentato molte piccole realtà comunitarie che traevano beneficio proprio dal rapporto privilegiato fra produttori e consumatori in loco, tra creditori e debitori che spesso si conoscevano tra di loro (e parlavano la stessa lingua).

La progressiva omologazione di principi etici uguali per tutti (il cosiddetto Pensiero Unico o “politicamente corretto”) ha scontentato in pochi anni centinaia di milioni di cittadini, abituati da secoli a esegesi e interpretazioni delle proprie religioni e dei propri costumi sulla base di vissuti generazionali specifici per le loro comunità di nascita o adozione. Nemmeno in un’Europa unita dalle comuni radici giudaico-cristiane, c’e’ mai stata costante omologazione di precetti, magisteri, indicazioni da parte delle sue migliaia di chiese, ordini, discipline. Figuriamoci poi tentare di omologare infinite correnti di pensiero laico, con o senza precise ideologie alla base.

La Storia d’Europa e’ sempre stata caratterizzata dal mescolamento, spesso difficile e violento, di idee e regimi di vita molto diversi tra di loro. Gli unici momenti di uniformità (apparente) li abbiamo visti solo durante dittature e imposizioni ideologiche molto dure. E anche queste non sono riuscite a durare per più di una generazione in molti casi (il franchismo spagnolo e il comunismo sovietico fecero eccezione con durate di circa due e tre generazioni rispettivamente). In due casi eclatanti (nazismo e gulag staliniani) hanno portato ad olocausti con milioni di vittime.

Pare che si dimentichi troppo spesso che il cittadino europeo medio, tutt’oggi, conserva una natura storica e sociale che viene dalla Grecia antica, culla di un modo di vivere “democratico” e laico che nel corso dei secoli, tramite gli sforzi dei grandi intellettuali dell’Umanesimo, dei banchieri, dei mercanti, degli scienziati e dei governanti illuminati del Rinascimento, abbiamo elaborato e perfezionato fino a renderlo permanente nel nostro DNA.
E che la Grecia NON era uno stato unito e centralizzato, ma a sua volta, una lega di stati indipendenti, spesso addirittura città-stato, come la democratica Atene o l’aristocratica Sparta o la ricca e (si direbbe oggi) “liberal” Corinto. Erano tutti greci, e certamente si consideravano tutti così (ellenici, per la precisione) anche allora ma ciascuno aveva costumi, modelli di amministrazione, “etiche” molto diverse tra di loro.

Questa natura di dinamica diversità tra loro ha sempre caratterizzato le comunità del continente europeo. L’unica costante di somiglianza si può forse identificare proprio nel propendere a poco a poco per modelli sempre più diffusi di gestione amministrativa, sempre più democratici, in barba a tentativi di imposizioni teocratiche, oligarchiche o dittatoriali, come quelli che per secoli si sono registrati, spesso con successo, nei vissuti culturali e religiosi di Popoli di altri continenti.

Per l’europeo medio di oggi, frammentazione non significa impoverimento e regresso ma bensì prosperità e progresso, non solo economico ma anche civile e sociale. Esattamente come lo era per il greco medio dei tempi di Pericle.

Altro, e non meno importante, fattore che ha spinto e sta spingendo le affermazioni di “localismo” di questi ultimi anni e’ stato l’impatto, troppo rapido e violento, con milioni di persone provenienti da culture e religioni distanti anni luce dal nostro comune modo di vivere e pensare.

Perche’ e’ vero che esodi e “colonizzazioni” di massa si sono sempre verificati nel corso della nostra Storia ma mai era successo di pretendere che si verificassero in pochissimi anni integrazioni armoniose tra genti tanto diverse che nella Storia avevano impiegato secoli solo, e spesso appena, per “sopportarsi” a vicenda.

E’ dunque di fronte all’intera cartolina (“the large picture”) che occorre fermarsi e riflettere seriamente su quello che sta succedendo.

Fattori come l’insofferenza al totalitarismo economico e finanziario di oggi, l’antipatia per il conseguente mantra etico e sociale di tipo orwelliano, la frustrazione per una tecnocrazia informatica globale che esclude sempre più spesso larghi strati della nostra società (specie i più anziani) e mina alla base i più elementari legami affettivi, la paura per l’impatto violento e incontrollato con masse sterminate di persone che non condividono, e spesso non hanno nessuna intenzione di condividere, i nostri valori laici e democratici sono chiavi di lettura molto più realistiche ed efficaci dei luoghi comuni e degli stereotipi che molti intellettuali e politici ancora si affannano ad invocare quando cercano d’inquadrare, in buona o cattiva fede, le attuali rivendicazioni di autodeterminazione.

Piaccia o non piaccia, il modello del Nuovo Ordine Mondiale tanto decantato alla fine del secolo scorso, sull’onda di un’America rimasta unica dominatrice del pianeta dopo il crollo del comunismo sovietico, e’ miseramente fallito. Non esiste un’idea unica di Homo, ne’ sul piano antropologico, ne’ su quello economico, sociale ed etico.

Per cui si può dire che il secolo ventunesimo stia forse cominciando solo adesso. Si va ormai ovunque verso un mondo multipolare, un mondo di tante piccole comunità indipendenti e/o autonome. Ciascuna con la sua diversità, per produzione economica, per abitudini sociali, per corredo culturale e religioso e anche queste non sono mai quelle che erano prima.

E’ una sola razza quella a cui appartengono gli Uomini, ma diversa da altre razze animali proprio per la sua capacita’ di sopravvivere alle dure leggi dell’evoluzione tramite diversificazione di funzioni, proliferazioni di scopi, moltiplicazione di strategie di selezione e adattamento.

E questo comporta anche diversificazioni e specificazioni delle sue molteplici comunità.

L’identità stessa non e’ un concetto statico per la razza umana, ma dinamico. Sappiamo che un cane o un gatto di oggi si comportano praticamente allo stesso modo di un cane o un gatto che vivevano al tempo degli antichi Egizi. Noi no.

E lo facciamo con corsi e ricorsi ciclici, a seconda delle esigenze dell’ambiente e della crescita demografica. Oggi assistiamo al ritorno delle comunità de piccoli Hobbit e al declino degli imperi dei Sauron. Domani chissà.

Ecco perché le attuali pulsioni verso l’autodeterminazione non sono affatto solo questioni di identità. Sono proprio questioni di Umanità.

Dr Giovanni Dalla-Valle
Director of Venetian Ambassadors Foundation
Londra 1 ottobre 2017

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Questione Veneta: confessioni di un cittadino del Mondo perdutamente innamorato della Storia Infinita

5 anni fa’, entravo come una meteora nell’indipendentismo veneto. Il mio “battesimo” avvenne proprio alla Festa dei Veneti di quell’anno, in un’atmosfera calorosa e amichevole. E per giunta a Cittadella dove avevo trascorso i primi anni della mia infanzia; un borgo medievale incantevole, tenuto come un gioiello dall’amministrazione locale.

All’epoca lavoravo come “sherpa” per sdoganare la questione veneta presso lo Scottish National Party di cui ero membro. Non sapevano neanche dove fosse il Veneto, lassù, tra le ispide montagne delle Highlands. Ci riuscii a costo di enormi sacrifici e almeno una trentina di voli (fu allora che i venetisti mi appiopparono il soprannome di “ambasador” ). Credo che il vero “breakthrough” (successo) sia avvenuto pero’ con l’organizzazione dell’adesione degli indipendentisti veneti al primo Rally di Edimburgo, il 22 settembre 2012. Riuscimmo a fare una cosa davvero spettacolare, grazie anche all’aiuto di Raixe Venete. Bucammo il video. I nostri ragazzi, in felpa rossa per l’occasione, e le bandiere marciane finirono sulla prima pagina del Sunday Times.

Da allora l’indipendentismo veneto non sarebbe più stato una questione di nostalgia per frequentatori di archivi storici.

Una volta rotto il ghiaccio con il più potente partito indipendentista d’Europa, che e’ tra l’altro un partito di sinistra, le cose presero una piega alquanto costruttiva. Molti capirono che i principi dell’autodeterminazione dei Popoli sono valori etici universali, da estendere a tutte le comunità con forti radici identitarie e linguistiche e non monopolio di un manipolo di fanatici che aspirano alla secessione da “altri” solo per motivi di carattere fiscale (per quanto anche questi siano importanti) o per un romanticismo nostalgico e anacronistico. Si comincio’ ad usare più spesso il termine “autodeterminazione” e l’anno successivo lo stesso Alessio Morosin, noto leader indipendentista, pubblico’ un ottimo libro proprio con quel titolo.

Io, nel mio piccolo, cercai di diffondere una visione più ampia dell’importanza del “localism” come mi avevano insegnato gli Scots, più centrata su progetti concreti per aiutare le proprie comunità a risolvere i loro problemi quotidiani, che non sono solo di natura economica ma anche, spesso, sociale ed etica.

Le cose andarono bene per pochi mesi finche’ la smania della “carega” da parte dei soliti opportunisti prese il sopravvento. Bisognava correre a tutte le elezioni possibili (magari con una cinquantina di simboli diversi e candidati che non sapevano distinguere un libro da un sostegno per tavolini barcollanti) e puntare a entrare nelle amministrazioni locali. Molti erano ferocemente contro la Lega, spesso accusata di non aver fatto a sufficienza per l’autodeterminazione, ma quando poi si chiedeva loro di presentare progetti e raccogliere fondi sparivano tutti come neve al sole.

Piccola gente. Italiani medi. Sempre bravi a urlare in piazza il loro rancore contro tutto e contro tutti oppure a denigrare gli altri al Bar Sport, tra un bicchiere di Prosecco e una manciata di patatine.

Ma in realta’ spesso falliti cronici nella vita, se non addirittura psicopatici. Poveri loro. E pensare che se la Repubblica tornasse per davvero, sarebbero probabilmente i più emarginati. Molti di loro finirebbero quasi sicuramente nei Piombi o in un manicomio.

A loro discolpa, occorre anche dire che aiutare i Veneti non e’ mai stata cosa facile. C’e’ sempre quella testarda abitudine a non rischiare, a non tirar fuori soldi, a non sognare orizzonti nuovi che era tipica del contadino o del montanaro di un tempo, più spesso preoccupati che il cattivo tempo e le epidemie non gli rovinassero i raccolti o la caccia che tesi a far crescere un senso di comunità solido e permanente.

La questione dell’attrito tra Veneziani e Veneti d’entroterra e’ antica. Ma forse ha una senso proprio in quest’ottica. L’uomo di mare, che fosse un vichingo o un greco, un olandese o un veneziano era sempre abituato a solcare gli orizzonti dell’ignoto. Cioe’ a rischiare. Anche la propria vita e quella dei propri famigliari, non solo le sue fortune.

Lascio agli storici che parleranno al prossimo Convegno di Verona un giudizio più obiettivo su come effettivamente sia potuto avvenire il miracolo di una Repubblica così prospera e longeva.

Da un punto di vista antropologico, il mio giudizio e’ molto semplice. Il segreto della Serenissima era appunto quello: il controllo del Mare. Quella magica voglia di abbracciare l’ignoto ed esplorare l’infinito che fa grande e universale il valore di una civiltà umana.

E proprio mentre la Regina dell’Adriatico cominciava a declinare, un’altra regina, in carne e ossa, che si chiamava Elisabetta I, cominciava a capire l’importanza di quel fattore e a investire soldi per costruire la flotta più potente del Mondo. Fu così che nacque e si consolido’ l’impero britannico.
Ma quei Veneziani di un tempo erano anni luce distanti da tanti Veneti di oggi e anche di più da tanti Veneziani di oggi.

Molto più vicini pero’ a tanti imprenditori, professionisti, artisti e intellettuali veneti di oggi che ancora fanno grande il nome della nostra gente, e della civilta’ che hanno ereditato, in tutto il Mondo.

Il giorno in cui le comunità venete saranno di nuovo amministrate da capitani coraggiosi di questo tipo piuttosto che dagli scabini di un apparato statale fallito che va avanti spinto solo dalla propria inerzia, le Genti Venete torneranno a brillare nella Storia.

Il 19 settembre ci troviamo tutti a Verona per dare l’avvio vero (non solo mediatico) alla campagna per il referendum consultivo sull’Autonomia.

E’ un evento storico a cui tutti dovremmo andare perché ci consentirà di capire se noi siamo veramente pronti per un salto di qualità.

Quando dico noi, intendo TUTTI NOI, non solo i nostri politici. Se invece ci ritroveremo a starnazzare contro questo e contro quello come fanno le oche quando il contadino entra nel loro recinto per tirarne il collo e farne pate’, allora non meriteremo nessuna autonomia e tantomeno nessuna indipendenza.

All’assemblea di Verona, che apposta stiamo organizzando con coreografie magnifiche ed effetti scenici spettacolari, sogno di veder rinascere un nuovo spirito di comunità, di solidarietà (ricordo che raccoglieremo fondi per le vittime del default bancario), di coesione tra di noi.

Sogno di non assistere ad attacchi personali, battibecchi da mercato rionale, esternazioni da italiano medio. Sogno, fosse solo per una attimo, di vedere gente seria che seriamente riflette sui valori della civiltà che abbiamo ereditato ed espone le sue proposte, sia pure da posizioni diverse, su come perpetuarli.

Sogno di veder tornare a volare il Leone Alato che sta dentro il cuore di tutti noi, protagonisti della Storia …Veneti, Italiani, Europei che siamo.
E di vederlo felice di essere cavalcato da noi, come lo era il drago bianco che portava sul suo dorso il giovane protagonista de La Storia Infinita, ansioso di fermare l’avanzata del Nulla. Cioè di quella forza del Male che uccide tutti i nostri i nostri sogni e ferma la nostra voglia di vivere e creare.

Perche’ anche quella del Popolo Veneto e’ una storia infinita. E’ la storia di una Repubblica bella, buona e giusta che ancora ci accarezza e ancora ci parla e ci chiama. Un storia meravigliosa che nasce nella notte dei tempi e mai deve fermarsi. Una storia di principi e valori di civiltà che sono patrimonio dell’Umanità intera, non solo nostro.

Sogno di veder occhi spalancati davanti a nuovi orizzonti, nuove mete, nuovi mari da solcare con i nostri velieri e i nostri Capitani di oggi.
Sogno di sentir parlare di progetti d’investimento, di piani di studio, di missioni umanitarie. Di soldi, di teste, di entusiasmo da impiegare e di come e perché impiegarli.

Solo allora capiremo che i Grandi Veneti sono tornati. Che la Repubblica e’ tornata o per lo meno il suo Spirito. Che San Marco ci vuole ancora bene e ci sta aiutando di nuovo. Solo allora capiremo che val la pena di continuare con la nostra missione.

Giovanni Dalla-Valle
Direttore Fondazione Venetian Ambassadors

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CERCASI VENETIAN AMBASSADORS PER IL CANADA

Venetian Ambassadors e’ una fondazione umanitaria nata nel 2014 per promuovere e tutelare l’immagine, gli interessi, la cultura e la storia del Popolo Veneto.

A differenza di tutte le altre associazioni di italiani o veneti residenti all’estero, VA non ha alcun vincolo con il governo italiano ed opera esclusivamente in aiuto dei cittadini veneti o dei cittadini nel Mondo che vogliono bene al Veneto e ai Veneti.

I Venetian Ambassadors sono per lo piu’ imprenditori, professionisti, artisti ed intellettuali che hanno gia’ avuto abbastanza successo nelle loro vite all’estero e conoscono molto bene le realta’ economiche, sociali, culturali dei Paesi dove risiedono.

VA non ha, per statuto, legami politici con nessun partito italiano. Tuttavia e’ noto che i suoi rappresentanti sono tutti convinti sostenitori dell’auto-determinazione del Popolo Veneto (al pari di quella di molti altri Popoli nella penisola italica e nel Mondo) secondo i principi del Trattato di New York sottoscritto dall’ONU il 19 dicembre 1966 (art 1,2,3) e ratificato dal governo italiano nel 1977 (questo e’ anche parte degli obiettivi del suo statuto).

Abbiamo al momento 45 VA officers che ci rappresentano in circa 35 paesi del Mondo (specialmente in Europa, Americhe, Oceania) e siamo in procinto di “atterrare” in CANADA.

La nostra forza e’ la capacita’ di identificare velocemente canali diplomatici, d’investimento, d’informazione, di consulenza grazie all’enorme numero di contatti di cui disponiamo, esattamente come facevano i veri Ambasciatori Veneti un tempo.

Poi, grazie alle donazioni che riceviamo, sponsorizziamo progetti per la promozione e la tutela degli interessi, della cultura, dei diritti civili dei Veneti,incluso quello all’autodeterminazione.

Se sei un imprenditore, un professionista, un giornalista, un artista, un traduttore qualificato o semplicemente una persona per bene, lavoratore/lavoratrice, e con grande passione per i Veneti, la loro storia e cultura e il volume di business che tuttora hanno nel Mondo, manda subito il tuo CV a freerepublic@venetianambassadors.org e diventa anche tu parte della nostra formidabile squadra! WSM

Detail in a gondola. Flag with the lion of St Mark.
Venice, Italy.

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ECCO PERCHE’ IL REFERENDUM SULL’AUTONOMIA DEL VENETO DI OTTOBRE E’ ANCHE UNO SMACCO AL VENETISMO DA SAGRA

Nonostante le divisioni fra indipendentisti, le baruffe chioggiotte, i tanki, i forconi, i finti dogi, i governi veneti auto-eletti e amenità varie, occorre constatare, numeri alla mano, che la voglia di auto-determinazione e’ cresciuta molto in Veneto negli ultimi anni.

Un indicatore semplice ma utile: se il 25 Aprile 2012 c’era a malapena una dozzina di persone a manifestare per l’orgoglio marciano in Piazza San Marco, nel 2014 erano più di tremila e nel 2016 lo stesso Comune di Venezia organizzava per la prima volta in 150 anni una manifestazione ad hoc con l’orchestra della Fenice e libertà di adesione con tanto di Gonfaloni per migliaia di noi, indipendentisti e non.

Solo di recente pero’ cominciamo a registrare lo sviluppo e il consolidamento di un piano di auto-determinazione serio che si ispira a modelli di successo come quello Scozzese e Catalano, pur molto lontani dalla situazione italiana ma sicuramente più realistici degli slogan venetisti che spesso ottengono due righe nei giornali locali ma non riescono mai a creare una massa critica.

Scrivevo ancora in un mio articolo su L’Indipendenza nel luglio del 2012 (secoli fa’ visto la velocità degli avvenimenti) quanto fosse importante lavorare per progetti seri e concreti, in grado di creare una massa critica di Veneti protesi all’autodeterminazione come i milioni di Scozzesi e Catalani che spesso vedevamo allora e vediamo (sempre di più) oggi marciare alla luce dei riflettori mediatici di tutto il Mondo.

E spiegavo anche che l’opera di consultazione dal basso dei problemi e delle istanze dei cittadini, come nelle tradizionali White Papers scozzesi (ma anche l’Assemblea Nacional Catalana fece cose simili), fosse un primo passo indispensabile per creare coinvolgimento, identificazione, movimento della popolazione in grandi numeri.

Non so se il nostro Governatore abbia mai letto quell’articolo ma sicuramente e’ l’unico (assieme a molti esponenti della Lega) che ha compreso la fondamentale importanza di un’opera del genere nel sensibilizzare i cittadini veneti la’ dove i cosiddetti venetisti non sono mai riusciti ad andare oltre chiacchiere da Bar Sport e slogan rancorosi contro l’Italia.

Con i risultati dei capitoli di consultazione per i vari settori istituzionali della Regione Veneto (economia, fisco, lavoro, pensioni ecc.) commissionata alla CGIA proprio dal nostro Governatore in vista del prossimo referendum sull’autonomia si completa, in pratica (e immagino senza saperlo), la prima fase del famoso Libro Bianco dei Veneti, il progetto di democrazia diretta che io e pochi altri avevamo tentato di realizzare nel 2014, dopo il successo mediatico del (pur controverso) referendum digitale di plebiscito.eu.

Un progetto molto ambizioso per cui ero riuscito a reclutare uno staff di quasi cento persone, divise in ben 25 gruppi di lavoro (chiamati capitoli) per ogni settore istituzionale delle nostre comunità (dalla dolomitica Sappada fino alla polesana Castelmassa, dalla veronese Sorga’ fino alla trevigiana Conegliano). Lavorammo duramente 8 mesi e, tramite l’ausilio di un sito online disegnato da un bravissimo esperto come Dritan Cami, riuscimmo a raccogliere montagne di documentazioni e a organizzare molti incontri territoriali (dove alla fine si esprimevano voti). Ma, guarda caso, il lavoro si areno’ proprio per i continui sabotaggi dei venetisti, sempre bravissimi a sparare contro chi rischia di metterli in ombra.

Peccato, perché il modo più efficace nel persuadere una coscienza individuale (e qualsiasi popolo alla fine e’ fatto di individui) ad abbracciare l’idea di cambiare radicalmente il corso storico e politico della propria comunità e’ proprio quello di fornire dati concreti sulla situazione attuale e stime realistiche su un futuro autonomo in tutti i settori che riguardano la vita quotidiana di QUELLA persona E (sottolineo) nel 2017, NON nel 1866 o nel 1797.

Cosi’, mentre gli amici venetisti (che non coincide necessariamente con indipendentisti) continuavano a perdere tempo tra monologhi nostalgici, riunioni “carbonare” o sbandieramenti di piazza che non sono mai riusciti a far passare il messaggio ai 5 milioni di Veneti che li circondavano, e’ stato proprio il nostro Governatore (spesso da loro criticato e diffamato) a prendersi cura della cosa. E questo, in un ipotetico campionato che avesse per Trofeo l’Auto-determinazione del Popolo Veneto, e’ sicuramente il primo goal!

Il secondo goal sta proprio nell’indire il referendum stesso sull’Autonomia. Contrariamente a quanto contestato (piu spesso urlato) da molti venetisti di oggi, l’evidenza storica dimostra che la concessione di maggiore autonomia a una data comunità fa crescere il desiderio di piena indipendenza, non il contrario. Così e’ stato per il Quebec, per la Scozia, per la Catalogna, per la Baviera ecc. Non esiste un esempio storico dove la concessione di autonomia abbia in qualche modo frenato la spinta verso rivendicazioni più estese di diritti all’autodeterminazione.

Si pensi alla Scozia (la realtà che conosco meglio avendo io stesso preso parte a molti dei loro eventi politici): nel 1989, quando in Scozia l’indipendentismo faceva al massimo presa sul 5% della popolazione, si approva il Claim of Rights, per la rivendicazione della legacy culturale e storica del Popolo Scozzese (un parallelo dello Statuto Regione veneto del 2012) e nasce la Scottish Convention, poi la Scottish Assembly pubblica la sua Blue Print Scotland’s Parliament (un documento simile a quello che potrebbe seguire il lavoro della CGIA di oggi), poi si celebra il Referendum sull’Autonomia nel 1997 che viene vinto con il 74% dei voti (passa con il 63% dei voti anche la richiesta di devoluzione fiscale), poi lo Scottish National Party guidato da un poderoso Alex Salmond prende progressivamente il controllo del Parlamento di Holyrood (maggioranza relativa nel 2007 e assoluta nel 2011)… i sondaggi intanto danno l’indipendentismo attorno al 25-30%… poi si fa il Referendum per l’Indipendenza (perso per 45% in favore a 55% contrari) nel 2014….L’anno prossimo pare si rifaccia e gli umori attuali (post-Brexit) suggeriscono una netta vittoria. Riuscite a leggere la progressione micidiale verso una piena auto-determinazione?

Dunque l’assioma propalato dai venetisti e basato sull’equazione Autonomia= Dipendenza da Roma e’ quantomai privo di fondamento. Caso mai il contrario: Autonomia = Più Indipendenza da Roma.

E questo e’ il secondo goal.

Il terzo goal del nostro Governatore, davanti all’incapacità progettuale ma anche alla scarsa fantasia dei “competitors” venetisti (specie quelli che tanto ce l’hanno con lui) riguarda la “porta” del marketing politico, cosa nota a qualsiasi buon politico ma completamente sconosciuta ai Masanielli da FB.

Qualsiasi spin doctor decente lo sa bene. Il successo politico di un evento storico, come lo e’ gia’ l’indizione di un referendum del genere, non sta solo nello spoglio elettorale che si svolgerà la notte successiva al giorno delle votazioni ma soprattutto nel volume d’informazione e propaganda che tale evento inevitabilmente richiede e spesso genera nei mesi precedenti la consultazione.

Lo sa anche un bravo event maker prima di organizzare un bel Party. Non e’ solo il numero d’invitati che faranno la differenza ma quanto se ne e’ parlato prima e quanti desidereranno andarci proprio perché eccitati dall’idea.

Il solo fatto di parlare di un referendum che può effettivamente cambiare molte cose dal punto di vista politico (più che pratico e immediato) nel destino delle comunità venete per via della presa di coscienza dei cittadini veneti dei loro problemi reali e del prospetto di soluzioni concrete (specie se documentate dai dati della CGIA) e’ di per se’ un propellente atomico sulla via dell’auto-determinazione.

In conclusione, credo sia tempo di renderci conto che un processo di auto-determinazione di un Popolo e’ un’operazione molto complessa che non può essere lasciata in balia di improvvisazioni e manifestazioni populiste da citazione sui giornali dopo la pagina del meteo. Perché arrivi in prima pagina (e soprattutto ci resti fino alla fine) occorre sia studiato e messo in pratica con l’aiuto di esperti e con la consultazione costante dei cittadini stessi (o per lo meno di campioni statistici significativi) che ne sono i primi destinatari.

Come diceva la famosa antropologa Margaret Mead durante i grandi movimenti sociali che scossero l’Occidente negli anni 60’: “ Non dubitate che un piccolo gruppo di cittadini coscienti e responsabili possa cambiare il Mondo. In realtà, e’ l’unico modo in cui e’ sempre successo”.

Dr Giovanni Dalla-Valle
Direttore Fondazione Venetian Ambassadors,
organizzazione internazionale per la promozione e tutela dell’immagine, della cultura, degli interessi e dei diritti civili del Popolo Veneto nel Mondo

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CERCASI GIORNALISTI E REPORTER PER SEDE VA IN INGHILTERRA

CERCASI URGENTEMENTE GIORNALISTI E REPORTERS PER PARLARE DI NOI AL RESTO DEL MONDO!

La Fondazione Venetian Ambassadors e’ lieta di annunciare il lancio della prima agenzia di stampa veneta che opera a livello internazionale.

Si cercano neo-laureati o neo-diplomati eccitati dall’idea di svolgere un periodo di volontariato (pero’ con alloggio e vitto spesati) di almeno 8 settimane in UK per farsi un’esperienza STRAORDINARIA nel campo dell’informazione globale a favore del prossimo referendum sull’Autonomia della Regione Veneto.

I criteri di reclutamento sono:

– Sensibilità ai temi di attualita’, cultura, arte, storia e imprenditoria del Popolo Veneto.
Conoscenza Convenzione Quadro Minoranze Nazionali in Europa 1995, Statuto Regione Veneto 2012, Legge Regione Veneto 28/2016, procedimenti in corso per referendum Autonomia della Regione Veneto 2017.
– Minima esperienza in tecnologia della comunicazione mediatica
– Minima familiarità con lancio comunicati stampa, targeting di audience in socials, blogs e media tradizionali.
– Minima esperienza in scelta immagini fotografiche ad uso di cronaca
– Discreta dimestichezza con uso di video-camere e microfoni.
– Necessaria ottima conoscenza lingua inglese.
– Bella presenza, buone capacita’ di comunicazione e public relations.
– Non e’ indispensabile avere origine veneta (e nemmeno italiana) se si assolvono i criteri soprastanti.

Si prega di mandare il curriculum a freerepublic@venetianambassadors.org con scan di foto per uso professionale.

Singapore come la Serenissima. Il nuovo Leone che ruggisce ad Oriente.

Bengy Dilan (reporting for VA on Singapore)

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Di rientro dal mio viaggio in oriente, tra le mete toccate per la prima volta in vita, ho incrociato quella stupenda realtà economica che è SINGAPORE.

Non parlo di Singapore, come il banale padrone di plebiscito, che ne pontifica confronti, senza mai esserci stato, ma, anzi, ne documento le peculiarità, dopo aver lungamente e personalmente conversato con informatori economici e guide, laggiù, direttamente nella sede di questo straordinario ambiente, privo persino di fonti d’acqua proprie.
Questo piccolissimo Stato Indipendente dal 1965, ha una superficie più piccola di un terzo della provincia di Venezia e in questa superficie, raccoglie ben 5,4 milioni di residenti.

Un tenore di vita elevatissimo, con circa 56.000 dollari USA di reddito procapite.
Servizi d’eccellenza, quasi tutti gratuiti, inclusi musei e parchi tematici. Strade in perfetto stato, con autostrade multicorsie gratuite, salvo il centro storico, che prevede il pagamento di un pedaggio ( 6 dollari locali = 4 euro ) simile al sistema tutor, operativo in loco dal lontano 1984.

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Foto : il leone d’oriente di Singapore ( città del Leone )

Il sistema di sicurezza prevede telecamere ovunque, intervento operativo degli agenti, nel giro di pochi minuti, la delinquenza è bassissima e repressa con assoluta fermezza. Per lo spaccio, RAPINA A MANO ARMATA ( Stacchio docet ) e altri gravi reati, è prevista la pena di morte. Per il pubblico funzionario corrotto e condannato, sono previsti 20 anni medi di galera senza sconti, fino all’ergastolo per alto tradimento contro il popolo di Singapore.
I casi di corruzione politica, sono rarissimi ! Dal giorno dell’indipendenza, chi sbaglia è finito a Singapore, per lui è meglio cambiare nazionalità.
I ministri sono pochi e guadagnano cifre che partono dal milione di dollari l’anno, arrivando sino ai 2,4 milioni di dollari-singapore ( circa 1,7 milioni di euro ) del primo ministro. PERO’ : SCORTA, AUTO NON BLU, RISTORANTI, ALBERGHI, AEREI, ACCESSORI, sono tutti a suo carico. In pratica vuoi 10 uomini di scorta a Singapore ? Li paghi tu con il tuo stipendio, a parte le missioni all’estero e diplomatiche, che vengono rimborsate su pezza giustificativa, controllate da una sorta di corte dei conti superiore del bilancio nazionale, smarcata dai ministeri e quindi con controlli propri e diritto sanzionatorio senza sconti per nessuno, fosse anche il capo di Stato.
Il costo annuo della politica è pari a circa 6 euro l’anno di media per ogni cittadino di Singapore, inclusi gli infanti. Un’inezia in confronto all’oppressione fiscale italiana.

Per offrire un’idea dello stipendio, un facchino d’albergo, mance escluse, prende 2.400,00 euro netti al mese, le imposte non sono contemplate ( tax free ) sino ai primi 22.000 dollari. Poi dal successivo dollaro in avanti e fino al milione di dollari, si passa a un’imposta secca del 3%. Il corrispettivo dell’IVA ( VAT ) viene imposta solamente dopo il primo milione di dollari di reddito. l’imposta massima per società di capitale, da miliardi di dollari di fatturato, è del 17%, oltre alla VAT del 7%, che è comunque detraibile. Fino a un milione di dollari di fatturato la VAT non si paga.
Tutti i prodotti tecnologici ( Ipad, iphone, pc, apple, ecc ) sono incentivati dallo Stato in quanto considerati potenziali fonti di potenziale futura ricchezza per la nazione.
Ogni scuola pubblica ( gratuita ) insegna lingue estere e informatica d’affari.
L’utente compera il prodotto tecnologico preferito e lo Stato gli rimborsa in tempi brevissimi e in contanti, parte dell’importo del prodotto fino all’80% del costo.
Gli ospedali sono pubblici e privati, l’accesso ai primi è gratuito ( anche per i turisti stranieri ) e entrambi sono efficentissimi e moderni.
Non esiste praticamente povertà e lo Stato si fa carico dei meno abbienti, trovando loro posti di lavoro dignitosi, o strutture adeguate.

L’economia non presenta nè risorse naturali ( gas, petrolio, gemme, oro, ecc. ), e neppure fonti d’acqua sorgive. L’acqua viene importata, oppure filtrata con fantascientifici sistemi di depurazione a membrane mobili ( visitati da tutte le delegazioni mondiali, italia inclusa ), che trasformano acqua di fogna, o piovana ( piove moltissimo a Singapore ), in acqua idonea al consumo umano di buona qualità. I rifiuti vengono tutti differenziati e riciclati per produrre nuovi oggetti riutilizzabili. Poco spazio = alta necessità di produrre pochi rifiuti.
Obbligo avunque di doppio pulsante nel WC e di sistemi solari di produzione energia, lampade a bassissimo consumo ( tecnologia led quasi ovunque ).
Si fuma anche all’aperto solamente su aree adeguate, in tre minuti altrimenti arriva un poliziotto che ti multa. Le sigarette a Singapore costano il doppio di quelle italiane, essendo veicolo di cancro e malattie cardiache e respiratorie. Un alto costo quindi per lo Stato sociale. Il contrabbando prevede 30 anni di galera. Lo spaccio di droga costa la pena di morte, anche per i turisti ( saliranno al patibolo due australiani tossici, nei prossimi giorni a Singapore ).

L’economia di Singapore si basa sulle società d’affari, immobiliari, bancarie, turismo, porto, servizi, ecc.
Praticamente tutto viene importato e ad esempio, un etto di prosciutto di Parma, può costare 80 euro al chilo. Il lusso si paga a Singapore, mentre le cose essenziali sono quasi gratuite, incluse le abitazioni di proprietà per 99 anni, con mutui fissi di Stato all’1% di interesse annuo. Viene a tal scopo considerato un fondo di accantonamento trentennale, dedotto dal loro TFR.
Sono invece contingentate le vetture con tasse fino al 350% del valore della vettura ( media di una ogni 5 residenti ), per chiare ragioni d’estensione territoriale limitatissima. Comunque i servizi pubblici sono efficentissimi e a costi risibili. Il costo di un pasto a base di riso e carne in un locale, è di circa 6 euro, bevande escluse, che comunque non costano molto se soft drinks e birra. Carissimo invece il vino e i liquori, tutto importato. Sueprtassati anche gli articoli di lusso. Mentre gli oggetti d’uso comune sono tassati con circa il 7% di surplus.

Rispetto all’incubo oppressorio, d’inefficenza, delinquenza e corruzione chiamato italia, Singapore sembra il paradiso terrestre !

Bengy Dilan smile emoticon

La fine del Venetismo e l’inizio di una nuova concezione del Veneto del ventunesimo secolo

L’indipendentismo veneto ha avuto una finestra magica tra il 2012 e il 2014 che molti ricorderanno per tutta la vita. Aperta la via al ritorno della lotta per l’autodeterminazione con la legge cosidetta turca del 2006 (legge 85/2006, attivita’ in favore dell’indipendenza non sono piu’ considerate un crimine), nuovi partiti e movimenti ricominciarono ad assemblarsi alla fine degli anni zero. La vecchia generazione venetista si raccolse quasi subito in due partiti, Partito Nasionae Veneto e Veneti per poi confluire in Veneto Stato nel 2010. Da qui dopo meno di due anni, a seguito dei soliti litigi interni, gemmarono Indipendenza Veneta e poi una miriade di altri partiti sempre piu’ piccoli e insignificanti (con una media di dieci soci ciascuno) fino a raggiungere il famigerato numero di 47 sigle con cui i cosiddetti “indipendentisti” veneti vorrebbero partecipare alle elezioni regionali del 31 maggio 2015, alcuni assieme alla Lega Nord (che NON E’ E NON PUO’ essere un partito indipendentista), altri contro. Forse, tutti assieme non piu’ del 1%-2%.
Una situazione molto penosa, dove non spiccano ne’ leaders capaci e competenti ne’ figure superpartes che potrebbero in qualche modo far da traino e catalizzatore di un indipendentismo efficace e ben organizzato nel territorio come per esempio quello scozzese o, pur se con riserve e dubbi autonomisti, quello catalano.

Peccato perche’ si e’ trattata di una finestra storica piu’ unica che rara. Una crisi economica che non si vedeva dal dopoguerra, con tassi di disoccupazione superiori al 13% (anche 30% sotto i 30 anni) in Veneto, suicidi drammatici 2-3 volte la media nazionale in tempi normali (il 25% del totale registrato in Italia dal 2009 al 2013 solo in Veneto), completa sfiducia nella classe dirigente italiana specie dopo il noto golpe di Napolitano a novembre del 2011 (sollevamento artificioso dall’ incarico di Silvio Berlusconi su indicazioni della UE e della Casa Bianca), una tassazione impossibile per qualsiasi imprenditore o anche investitore estero , e non ultima, l’arroganza di Bruxelles e dei suoi boiardi gia’ ferocemente attaccati in tutta Europa, dalla Francia lepenista di Marine Le Pen all’Inghilterra anti-UE dello UKIP di Nigel Farage, dall’autarchica e fiera Ungheria fino ovviamente al dominus del nuovo ethos anti-Nuovo Ordine Mondiale, alias la Russia di Vladimir Putin.

Una finestra magica in cui imprenditori, professionisti, intellettuali veneti sparsi in tutto il mondo si sono dati da fare giorno e notte per aiutare il Veneto a liberarsi dal fardello di un’Italia che essi odiano come il diavolo con l’acqua santa, proprio perche’ ne sono spesso fuggiti idrofobi e sono per questo rancorosi da una vita.
Una voglia matta di centinaia di migliaia di Veneti di dire NO a questa Italia e provare il famoso salto nel buio. Non quello di un improbabile ritorno alla Serenissima del 1797, obiettivo ambito solo da qualche centinaio di idealisti romantici e patetici, ma proprio quello di lanciare una NUOVA nazione nel mondo, forte di un Pil di circa 140 miliardi di euro all’anno.

Gli sforzi non sono mancati e sono stati eccezionali. Da quello di internazionalizzare la questione Veneta agganciandola al referendum scozzese tramite sherpa disumani come il Dr Giovanni Dalla-Valle che si fece carico di ben 86 voli per fare da liaison con lo Scottish National Party e copiarne il modello a quello di personaggi come un Alessio Morosin, autore di un testo eccellente sui principi dll’autodeterminazione com’e’ Autodeterminazione a quelli di nuovi aggiunti come l’avvocato Luca Azzano Cantarutti, molto vicino nel 2013 al raggiungimento di un’intesa tra tutti gli indipendentisti veneti. Poi il ritorno alla lotta in territorio di personaggi come l’imprenditore Lucio Chiavegato e di icone storiche come un Franco Rocchetta, padre storico dell’indipendentismo veneto, ritornato a combattere dopo quasi vent’anni di assenza dal palcoscenico politico. Sacrifici che in alcuni casi sono costati anche la prigione.
Ma tutto cio’ non e’ servito a superare quella realta’ di miriadi di fazioni, litigi, pugnalate alla schiena che da sempre caratterizza il venetismo e che in fondo ci dimostra che forse forse questi famosi “veneti” NON sono cosi’ affatto diversi dagli italiani.

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Cos’e’ mancato?

Prima di tutto, i soldi. Si’ perche’primo componente di una rivoluzione di successo sono proprio I SOLDI. Ci vogliono soldi per programmare una rivoluzione e le poche rivoluzioni di successo nella storia sono sempre state studiate a tavolino sulla base di risorse enormi (dal risorgimento italiano finanziato da Francia, Inghilterra e massoni fino al recentissimo colpo di stato in Ucraina, finanziato da UE e USA).
I veneti, o meglio “i venetisti” si sono invece dimostrati piu’ tegnosi dello stesso Pantaleone, personaggio avaro (e Venezianissimo) della commedia dell’arte e pretendevano di cambiare il destino di cinque milioni di persone facendo gazebo in piazza (spesso deserti) e serate di “informazione” con i soliti quattro gatti microfono-dipendenti. Dura cambiare la Storia in questo modo. Piu’ facile finire a livello di consenso da Bar Sport. In fondo, come insinua il malefico Toscani, i veneti un’ombra de vin non la negano nessuno.

I numeri parlano chiaro e sono impietosi: poco piu’ di centomila euro per un referendum consultativo per l’indipendenza gia’ sancito da una legge regionale (legge 16 del 12 giugno 2014). Posto che ognuno abbia messo una media di 20 euro a testa, il minimo richiesto, il risultato suggerisce circa 5,000 indipendentisti. Siamo a livelli da prefisso telefonico.
Soldi significa POTERE. Significa pubblicita’ e controllo dei media. Significa comprare alleati,se necessario. Lo sapevano bene i nostri antenati mercanti brillanti in tutto il Mondo. I venetisti invece non l’hanno mai capito e sono pure tegne.

Secondo, la mancanza di progetti. Chiunque abbia disperatamente cercato di invitare a sedersi e studiare testi costituzionali, White Papers, consultazioni popolari (il progetto Libro Bianco dei Veneti per ben dieci mesi promosso dallo stesso Dalla-Valle sull’esempio delle White Papers che hanno pavimentato il percorso per il referendum scozzese), appelli all’ONU (il gruppo di Gabriele de Pieri) e’ stato subito emarginato e poi ostracizzato dai capi dei partitini indipendentisti, paurosi forse che effettivamente si potessero creare momenti di coesione sociale e un’onda di indipendentismo dal basso, sul modello della democrazia diretta. In altre parole paurosi che qualcuno togliesse loro il “copyright” dell’indipendentismo. I soliti italiani, insomma, individualisti e pasticcioni come nei cinepattoni di Cristian De Sica e Massimo Boldi.

Terzo, la mancanza di codici etici di regolamentazione, sicche’ e’ stato possibile per buffoni e cialtroni di qualsiasi tipo inventarsi “plebisciti” da milioni di voti finti, hackerare siti di altri indipendentisti, creare zizzania e frenare o sabotare chiunque ce la stava davvero mettendo tutta.
Alla fine, come sempre accade, le persone intelligenti e concrete hanno abbandonato la scena, piu’ disgustate che spaventate dal livello di stupidita’ e dilettantismo di queste quattro macchiette da osteria. E sono restate solo loro, a farsi la guerra su facebook, unica arena dove effettivamente riescono a dare il meglio di se’. Ovviamente lo 0,000000001% degli utenti globali.

C’e’ una speranza? Poca ma c’e’. Bene o male la questione veneta e’ stata internazionalizzata. Bene o male pochi veneti intraprendenti e globali (piu’ che i venetisti xenofobi di quartiere) hanno bucato il video e sono riusciti a far parlare di Veneto nel resto del mondo.
Dalla Lega al Partito Democratico si comincia a capire l’enorme importanza di finestre e sportelli internazionali per imprenditori e professionisti veneti, di reti di rappresentanza, di brokeraggio “made in Veneto” sia economico che culturale. Venetian Ambassadors non e’ altro che la prima fondazione a farsi carico di questo ruolo, con il suo ethos prettamente umanitario e universale.
Ci vorranno anni per smarcarsi definitivamente dal venetismo idiota e ubriacone della maggioranza degli indipendentisti veneti di oggi ma i semi sono stati piantati e cominciano a germogliare.
Si capisce l’esigenza di un Veneto cosciente delle proprie forze prima di tutto, cosciente delle proprie risorse economiche e culturali e della propria vocazione universale a metterle a disposizione degli altri. Comincia a riafforare lo spirito autentico dei Veneti antichi da sempre aperti a popoli di ogni razza, da sempre consci che l’indipendenza di un popolo si legittima prima di tutto dall’esterno, cioe’ dal riconoscimento e apprezzamento di quel concetto da parte di altri Popoli indipendenti. Poiche’ nessuna comunita’ e’ un’isola e tutti siamo collegati gli uni con gli altri. Anni luce distante dalla xenofobia, ottusita’ e cialtroneria dei venetisti doc, che per giunta risultano spesso dannatamente italiani nel loro comportamento litigioso, permaloso, impulsivo, pigro e indolente davanti alla necessita’ di far squadra e lavorare in silenzio.

I veri indipendentisti veneti si stanno formando solo adesso. Sanno che occorreranno ancora 10, forse 20 anni prima di raggiungere lo stato in cui si trova la Scozia o la Catalogna adesso. Sanno che ci vogliono progetti, piani (A,B,C ecc.), linee guida, tempi programmati, strutture ideologiche ben articolate, ricorsi all’Onu, alleanze internazionali di prestigio.
Sanno SOPRATTUTTO che ci voglio SOLDI, SOLDI e ancora SOLDI per fare una rivoluzione seria.
Ed hanno infine una bellissima prerogativa: parlano spesso correttamente inglese, tedesco, spagnolo, russo, cinese, arabo. E non amano i monologhi. Ascoltano la gente e cercano di risolverne i problemi. Se parli troppo e fai l’italiano ti “licenziano” in tronco. A volte, anzi spesso, non sono nemmeno veneti (quindi anche meno italiani di tanti veneti e venetisti di oggi) ma amano il Veneto e il simbolo del Leone che e’ soprattutto un simbolo etico, quello di una Repubblica, di una Democrazia, di un concetto di Comunita’, di un concetto spiccatamente marciano di altruismo e universalita’ cattolica (da cattolico = universale), tutto l’opposto dell’individualismo e del narcisismo degli italianissimi venetisti che litigano fra loro per un posticino sotto scala in un consiglio regionale italiano.

Solo ragionando da statisti e non da Fantozzi si possono persuadere milioni di persone a formare una nuova Nazione. Parlando dei loro problemi di oggi. E disegnando ed eseguendo progetti in grado di risolverli NEL MONDO IN CUI VIVIAMO ADESSO. Non con i monologhi nostalgici, attaccati ai microfoni per ore, parlando dei massimi (ma inutili) “sistemi del mondo”, per poi gettarsi su un piatto di poenta e osei, tra
canti e scoregge gogliardiche.

Quella dei venetisti e’ solo cialtroneria ed e’ veramente giunto il tempo che scompaia per sempre. Siamo nel ventunesimo secolo, non nel 1797 e Napoleone e’ morto da un pezzo. Ma l’idea di una NUOVA Repubblica Veneta e’ piu’ viva che mai.

Samurai Nero di San Marco

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Le Alpi del Caucaso, tra scetticismo e investimenti…

Molto spesso gli operatori internazionali non tengono conto che la Russia è un insieme di Repubbliche Autonome dai nazionalismi mai sopiti ed in continua evoluzione. Basta andare al di fuori dei normali media però per scorgere delle realtà che appaiono come una polveriera poco sorvegliata e in procinto di fare grandi danni. Da questa visione di continua emergenza che ne scaturisce, dunque, non c’è da stupirsi se il Caucaso in generale e quello settentrionale in particolare (un nome su tutti “Cecenia”) abbia molto spesso allontanato potenziali imprenditori dediti al turismo. Eppure nel luglio 2011, a guardar bene le riviste specializzate e spulciando tra siti di geopolitica si poteva scorgere un importante apertura commerciale siglata dallo stesso Putin, che del Caucaso aveva fatto la sua vittoria politica e costruito la sua immagine di irreprensibile padre dei Russi. Vi era infatti un turbinio di idee, proposte e infine l’effettivo decreto della Federazione Russa per creare un polo turistico di primo piano tra le montagne caucasiche della Repubblica di Adighezia e del Territorio del Krasnodar. All’epoca le voci più insistenti erano che fosse una manovra in vista delle olimpiadi invernali, che si sarebbero svolte di li a poco nella vicina Sochi. In realtà il piano previsto era così particolareggiato e titanico che pareva difficile essere una montatura pubblicitaria. Ed in effetti non si capiva, e in parte non si capisce, come mai un’area con un potenziale così forte come il Caucaso settentrionale, non venisse sfruttato a dovere, sia in senso turistico, sia in quello minerario. La grande importanza strategica che ricopre la regione infatti ha sempre peccato di quell’instabilità data dai moti nazionalisti e religiosi, spesso antirussi, e mai pacifici. E quale modo migliore di pacificare l’area se non creare un economia in grado di proiettare le elite politiche e intellettuali in una visione più valorizzante del proprio territorio? La Russia si è adoperata proprio in questo. Terminati gli anni in cui l’area aveva bisogno solo ed esclusivamente del pugno di ferro per essere tenuta “tranquilla”, il Governo Federale ha optato per un addomesticamento intelligente. Sia ben chiaro, nulla accade dall’oggi al domani, e l’area caucasica mostra ancora tanti lati oscuri, specialmente in alcune Repubbliche che son tenute insieme solo da flebili organi politici, spesso corrotti, e mai rappresentativi, è il caso del Daghestan, e in parte di Cecenia e Inguscezia. Ma intanto dal 2011 ad oggi ha iniziato a prendere piede ed a evolversi quell’interessante piano che prende nome di “Northern Caucasus Resort” (http://www.ncrc.ru/). Partito come un progetto che puntava a creare il più grande distretto del turismo invernale al mondo, con opere da svolgersi in quasi tutte le Repubbliche Caucasiche prevedeva la costruzione di cinque moderni complessi di resort montani nei seguenti soggetti federali:

- Lagonaki (Distretto di Apsheron, Territorio di Krasnodar e Repubblica di Adighezia)

- Arkhyz ( Distretto di Zhelenchuk, Repubblica di Karačaevo-Circassia)

- Elbrus-Bezengi (Distretti di Chereks, Chegem e Elbrus, Repubblica di Kabardino-Balcaria

- Mamison (Distretti di Alagir e Iraf, Repubblica dell’Ossezia del Nord-Alania)

- Matlas (Distretto di Hunzahsky, Repubblica del Dagestan)

Prendendo ad esempio il caso di Arkhyz nella Repubblica Kabardino Balcaria, ciò che più stupisce è che i maggiori investitori diventano proprio i Governi. Solo ad Arkhyz infatti l’opera vede stanziamenti russi per 2 miliardi di euro, con partecipazioni a livello governativo di Francia e Austria. Il resort, ormai al termine dell’opera, ma già operativo, avrà una capacità di 45 mila ospiti, oltre 200 km di piste per sciare e un comparto alberghiero ausiliario con conseguente implemento delle linee elettriche e delle vie stradali locali. In parallelo è stato avviata la costruzione dell’aeroporto e dello stadio, con un finanziamento privato di 1 miliardo di euro. Se voleste prenotare una vacanza eccovi il link del resort: http://www.arhyz-resort.ru/

Questo unico progetto si inquadra in un più vasto piano che fra pochi anni sarà concluso e che vede già nuovi posti di lavoro, per un totale stimato di 250.000 occupati, con conseguente raddoppio della crescita economica dell’area dovuta all’attrazione massiccia di investimenti privati e soprattutto governativi, e al conseguente incremento del gettito fiscale. Secondo i dati ufficiali della Northern Caucasus Resorts, il programma includerà a lavori ultimati 897 km di piste sciistiche, 179 unità di skilift e 91.426 posti letto in appartamenti, cottage e hotel tra 3 e 5 stelle, per accogliere un flusso di turisti giornalieri intorno alle 150.000 unità. Il tutto senza dimenticare che a due passi dalle montagne Caucasiche vi è il Mar Nero, meta del turismo balneare di tutti i Russi, e che punta in parallelo ad un ammodernamento di tutte le strutture. Conclusa la panoramica del potenziale che sta investendo le Repubbliche Caucasiche russe bisogna sottolineare un punto. Abkhazia e Ossezia del Sud, le altre Repubbliche Caucasiche, ma indipendenti, stanno in questo periodo valutando il medesimo piano seguito dal vicino Russo. Più ancora l’Abkhazia, che è sempre stata tipicamente metà della villeggiatura estiva, inizia ora a svolgere lo sguardo verso investitori esteri, e in parte verso lo stesso confinante e alleato per sviluppare poli turistici invernali, in particolar modo nella magnifica zona del Lago Ritsa, dove in passato era già stato tentato dal Governo Sovietico degli anni che furono, la creazione di un rifugio per sciatori e alpinisti. La strada che si dipana per arrivare a questo angolo di paradiso nella provincia interna di Gagra rivela quanto sia stata poco battuta negli ultimi decenni, e in effetti i cacciatori interessati a esplorare le montagne in cerca di orsi sono più inclini ad usare l’elicottero che non l’auto per arrivare laggiù. I piani, a dire il vero sono in attesa di società private interessate a portare progetti e moneta sul tavolo del Governo Abkhazo, che, essendo poco avvezzo a previsioni di lungo periodo aspettano di essere guidati diligentemente per far fruttare il territorio montano, che hanno sempre amato, ma mai saputo gestire. L’area è pacificata da anni, ma non presenta centri abitati di qualche importanza, e in realtà anche i piccoli villaggi montani sono spariti durante la guerra degli anni novanta. Le idee dunque sono ambiziose, perché si punterebbe a portare molta manodopera abituata agli usi del turismo estivo della costa abkhaza, verso l’interno montuso. Ciò vorrebbe dire creare qualcosa da zero, un insediamento con pura vocazione turistica montana. A suo tempo per il medesimo scopo si era creata nella Repubblica di Adighezia un connubio con alcuni imprenditori trentini (unici nella penisola a mostrare interesse nello sviluppo turistico del Caucaso) che però era sfumato in un nulla di fatto. Per evitare che gli accordi scritti e le parole amichevoli rimangano solo tali i Governi Abkhazi e Sud Osseti hanno imparato ad essere spesso troppo diffidenti, com’è giusto per due nazioni che spesso in Europa sono tacciate di essere dei “non Stati”. Lasciando le opinioni e la politica da parte, è la stessa Russia che prima o poi si prenderà in carico lo sviluppo dei due paesi, anche facendosi garante diretto con imprenditori non russi, il che la dice lunga su quanto ha ancora da offrire il Caucaso e le sue Repubbliche.

Alessio Zilio

Consulente Diplomatico per l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud